Aldo Moro
La vita politica, il sequestro e l’omicidio
Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978) è stato uno dei principali protagonisti della storia repubblicana: costituente, segretario della Democrazia Cristiana, cinque volte presidente del Consiglio, più volte ministro degli Esteri.
Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse lo rapirono in via Fani, a Roma, uccidendo i cinque uomini della scorta. Dopo 55 giorni di prigionia fu assassinato e il suo corpo fu fatto ritrovare in via Caetani.
La pagina ricostruisce in ordine cronologico la sua vita politica, il sequestro e le indagini successive, distinguendo i fatti accertati dalle sentenze dalle testimonianze e dalle ipotesi ancora discusse.
Dalla Puglia alla Costituente
Aldo Moro nasce a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916. Frequenta il liceo classico a Taranto e si laurea in Giurisprudenza all'Università di Bari nel 1938, dove inizia la carriera accademica come docente di diritto penale.
Negli anni universitari è un dirigente dell'associazionismo cattolico: presidente nazionale della FUCI dal 1939 e, nel dopoguerra, del Movimento Laureati di Azione Cattolica. Nel 1946 è eletto all'Assemblea Costituente con la Democrazia Cristiana e partecipa ai lavori della commissione incaricata di redigere la Costituzione. Nel 1948 entra alla Camera e diventa sottosegretario agli Esteri nel governo De Gasperi.
Al vertice della DC e del governo
Negli anni Cinquanta Moro è capogruppo democristiano alla Camera, poi ministro di Grazia e Giustizia (1955-1957) e della Pubblica Istruzione (1957-1959). Nel 1959 diventa segretario della DC: al congresso di Napoli del 1962 ottiene il via libera alla collaborazione con il Partito Socialista, che apre la stagione del centro-sinistra.
Dal dicembre 1963 al giugno 1968 guida tre governi consecutivi di centro-sinistra, i primi con la partecipazione diretta dei socialisti. Negli anni successivi è più volte ministro degli Esteri e, tra il 1974 e il 1976, torna a presiedere il Consiglio per altre due volte. Nel 1976 è eletto presidente del Consiglio nazionale della DC.
La crisi dell'estate 1964
Durante la crisi del suo primo governo, nell'estate del 1964, il comandante dell'Arma dei Carabinieri, generale Giovanni De Lorenzo, aveva predisposto un piano di emergenza, il cosiddetto «Piano Solo», che prevedeva tra l'altro l'arresto di numerosi esponenti politici e sindacali. La vicenda emerse solo anni dopo e fu oggetto di una commissione parlamentare d'inchiesta; il suo significato politico resta oggetto di valutazioni diverse tra gli storici. Moro superò la crisi formando il suo secondo governo.
La «terza fase» e il compromesso storico
Dalla fine degli anni Sessanta Moro sviluppa la cosiddetta «strategia dell'attenzione» verso le nuove forze sociali e verso il Partito Comunista. Nel 1973, dopo il colpo di Stato in Cile, il segretario del PCI Enrico Berlinguer propone su «Rinascita» il «compromesso storico»: un incontro di lunga durata tra le grandi forze popolari comuniste, socialiste e cattoliche, per difendere la democrazia e rinnovare il Paese.
La «terza fase» di Moro non coincide con quella proposta. Dopo il centrismo e il centro-sinistra, Moro immaginava un passaggio graduale verso un sistema politico più compiuto, in cui il PCI potesse essere coinvolto nella responsabilità di governo e, in prospettiva, diventare una forza di alternativa democratica. Era un processo da guidare con prudenza e con la DC al centro, non un'alleanza organica tra i due partiti.
Le due strategie si incontrarono nella stagione della «solidarietà nazionale». Dopo le elezioni del 1976 nacque il terzo governo Andreotti, reso possibile dall'astensione del PCI; all'inizio del 1978 Moro convinse i gruppi parlamentari democristiani ad accettare l'ingresso dei comunisti nella maggioranza, con un ultimo grande discorso il 28 febbraio.
Il contesto del 1978
Il 16 marzo 1978 il quarto governo Andreotti si presentava alle Camere per ottenere la fiducia con il voto favorevole del PCI: per la prima volta dal 1947 i comunisti entravano nella maggioranza di governo.
Erano gli anni di piombo. Le Brigate Rosse, nate all'inizio degli anni Settanta, avevano già compiuto sequestri e omicidi e dichiaravano di voler colpire il «cuore dello Stato»; a Torino era in corso il processo contro i loro capi storici.
Il sequestro di via Fani
La mattina del 16 marzo 1978, poco dopo le nove, la Fiat 130 di Moro e l'Alfetta della scorta vengono bloccate all'incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Un commando delle Brigate Rosse apre il fuoco e uccide i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e gli agenti di polizia Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, che muore poco dopo in ospedale. Moro, illeso, viene caricato su un'altra auto e portato via.
Che cosa hanno accertato i processi
I processi hanno stabilito la responsabilità delle Brigate Rosse nella strage e nel sequestro e hanno condannato i partecipanti all'agguato individuati dalle indagini, tra cui Mario Moretti, Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Barbara Balzerani.
Le questioni ancora discusse
Il numero esatto dei partecipanti, la dinamica degli spari e la presenza di altre persone sul luogo sono stati rimessi in discussione nel tempo. Nella relazione approvata il 6 dicembre 2017, la seconda Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro ha individuato lacune nella ricostruzione dell'agguato fondata sul cosiddetto «memoriale Morucci» e ha concluso che la dinamica di via Fani deve essere «profondamente riesaminata», anche alla luce degli accertamenti sul bar Olivetti. Le sue conclusioni non hanno modificato le responsabilità accertate dalle sentenze: questi interrogativi restano aperti e non vanno confusi con i fatti stabiliti nei processi.
I 55 giorni
Il 18 marzo le Brigate Rosse diffondono il primo comunicato, con la fotografia di Moro prigioniero, e annunciano di sottoporlo a un «processo del popolo». Seguono altri comunicati, fino a quello che il 15 aprile annuncia la sua condanna a morte.
Secondo le sentenze, Moro fu tenuto prigioniero in un appartamento di via Camillo Montalcini, acquistato dalla brigatista Anna Laura Braghetti, dove si trovavano anche Prospero Gallinari e Germano Maccari; Mario Moretti condusse gli interrogatori. La seconda Commissione d'inchiesta ha sollevato dubbi sul fatto che quello sia stato l'unico luogo di prigionia, senza arrivare a conclusioni definitive.
Il 18 aprile: via Gradoli e il lago della Duchessa
Il 18 aprile, per una perdita d'acqua, viene scoperto il covo brigatista di via Gradoli, a Roma, usato da Moretti e Barbara Balzerani. Lo stesso giorno un falso comunicato «n. 7» annuncia che il corpo di Moro si trova nel lago della Duchessa, sull'Appennino: le ricerche danno esito negativo. Il comunicato fu in seguito ricondotto al falsario Antonio Chichiarelli. Sulla vicenda di via Gradoli esistono anche testimonianze discusse, come quella sul nome «Gradoli» emerso durante una seduta spiritica a cui parteciparono alcuni professori bolognesi.
Le lettere dalla prigionia e il memoriale
Durante il sequestro Moro scrisse decine di lettere, circa ottantasei secondo i conteggi più diffusi: alla moglie e ai familiari, ai dirigenti della DC, al papa Paolo VI, ai presidenti delle Camere. In molte chiedeva di aprire una trattativa per salvargli la vita.
L'autenticità delle lettere non è in discussione: sono state scritte da Moro. La controversia riguardò invece la libertà e le condizioni in cui le scriveva. I vertici della DC e gran parte della stampa sostennero che non potessero essere considerate espressione della sua libera volontà, mentre la famiglia e altri le difesero come il pensiero autentico di un uomo che chiedeva di essere salvato.
Nelle settimane di prigionia Moro rispose anche per iscritto agli interrogatori dei brigatisti. Il 1° ottobre 1978 i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa scoprirono il covo di via Monte Nevoso a Milano, dove si trovavano copie dattiloscritte di questi scritti, il cosiddetto «memoriale». Nell'ottobre 1990, durante lavori di ristrutturazione nello stesso appartamento, fu trovata dietro un pannello una seconda parte, con fotocopie di testi manoscritti. La completezza del memoriale e la sorte degli originali sono ancora oggetto di discussione.
Fermezza o trattativa
Il sequestro divise il mondo politico. La DC guidata da Benigno Zaccagnini, il governo Andreotti e il PCI sostennero la «linea della fermezza»: lo Stato non poteva trattare con i terroristi né riconoscerli come interlocutori. Il PSI di Bettino Craxi, insieme ad altre voci, chiese invece un'iniziativa umanitaria che potesse salvare la vita di Moro senza cedere all'intero ricatto.
Il 22 aprile papa Paolo VI rivolse un appello pubblico agli «uomini delle Brigate Rosse», chiedendo «in ginocchio» di liberare Moro «semplicemente, senza condizioni». Due giorni dopo le BR chiesero lo scambio dell'ostaggio con tredici detenuti. Nessuna delle iniziative di mediazione, ufficiali o riservate, andò a buon fine.
I presunti canali criminali
Negli anni successivi diversi collaboratori di giustizia hanno riferito di contatti, durante i 55 giorni, tra ambienti politici, servizi e organizzazioni criminali per localizzare la prigione di Moro, e di indicazioni a non proseguire. Si tratta di testimonianze, in parte contraddittorie, che non hanno trovato una conferma giudiziaria.
Via Caetani, 9 maggio 1978
Il 5 maggio le Brigate Rosse annunciano che la «sentenza» sarà eseguita. Secondo le sentenze e le dichiarazioni dei brigatisti, la mattina del 9 maggio Moro viene ucciso con diversi colpi d'arma da fuoco mentre si trova nel bagagliaio di una Renault 4 rossa; Mario Moretti si è attribuito l'esecuzione e Germano Maccari è stato condannato per avervi preso parte.
Poco dopo mezzogiorno Valerio Morucci telefona al professor Francesco Tritto, collaboratore di Moro, e indica dove trovare il corpo: la Renault 4 è parcheggiata in via Michelangelo Caetani, nel centro di Roma, a breve distanza dalle sedi nazionali della DC e del PCI.
Le ipotesi sul percorso e sui luoghi
Gli accertamenti tecnici affidati dalla seconda Commissione d'inchiesta al RIS dei Carabinieri hanno introdotto elementi nuovi rispetto al racconto dei brigatisti: secondo il RIS Moro fu colpito da dodici proiettili e non da undici e, al momento dei primi colpi, aveva probabilmente il busto eretto. Nella relazione del 2017 la Commissione ne ha tratto dubbi sulla versione dell'uccisione all'interno del garage di via Montalcini, senza giungere a una ricostruzione alternativa accertata. Tra le ipotesi alternative sul luogo e sui movimenti c'è anche una pista giornalistica legata al direttore d'orchestra Igor Markevitch, imparentato con la famiglia Caetani: è un'ipotesi controversa, mai confermata in sede giudiziaria, approfondita nel documentario che segue.
Indagini, processi e commissioni
Le responsabilità per la strage di via Fani, il sequestro e l'omicidio sono state ricostruite in più processi, celebrati a Roma tra il 1982 e la fine degli anni Novanta. Il primo grande processo si concluse nel gennaio 1983 con decine di condanne all'ergastolo per i dirigenti e i militanti delle Brigate Rosse; i procedimenti successivi hanno coinvolto altri brigatisti individuati negli anni, anche grazie alle dichiarazioni dei dissociati.
Il Parlamento ha istituito due commissioni d'inchiesta dedicate al caso: la prima tra il 1979 e il 1983, la seconda tra il 2014 e il 2018, presieduta da Giuseppe Fioroni. La seconda Commissione non ha messo in discussione la responsabilità delle Brigate Rosse, ma ha indicato lacune nelle ricostruzioni dell'agguato, dei luoghi di prigionia e della fase finale del sequestro.
Le questioni ancora aperte
Restano oggetto di discussione il numero e l'identità di tutti i presenti in via Fani, l'esistenza di altri luoghi di prigionia oltre a via Montalcini, la completezza del memoriale e degli scritti di Moro, il ruolo di ambienti esterni alle Brigate Rosse. Sono interrogativi legittimi, ma nessuno di essi ha finora modificato le responsabilità accertate dalle sentenze.

