Mafia Americana

Storia di Cosa Nostra negli Stati Uniti dalla Mano Nera a oggi

La mafia americana è l’insieme delle famiglie criminali di origine italiana, in gran parte siciliana, che si formarono negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. I suoi membri, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, la chiamano «Cosa Nostra». Legata alla mafia siciliana da parentele, affari e traffici, ma con una storia e una struttura proprie, ha avuto il suo centro a New York, con le cosiddette Cinque Famiglie, e ramificazioni a Chicago, Buffalo, Filadelfia, New Orleans, Tampa e in molte altre città.

Questa pagina ne ripercorre la storia in ordine cronologico, dalla Mano Nera alle inchieste federali più recenti. Per ogni fase distinguiamo ciò che è documentato o accertato da sentenze da ciò che deriva da testimonianze di collaboratori, ricostruzioni giornalistiche o ipotesi mai dimostrate. In fondo alla pagina trovi l’archivio delle biografie e delle vicende raccontate su Italia Mistero.

Emigrazione e Mano Nera (1880–1910)

Le comunità italiane di New York

Tra il 1880 e la Prima guerra mondiale milioni di italiani emigrarono negli Stati Uniti, in gran parte dal Mezzogiorno e dalla Sicilia. Nei quartieri in cui si concentrarono, come Little Italy ed East Harlem a Manhattan o alcune zone di Brooklyn, la povertà, la lingua e la diffidenza verso la polizia lasciarono spazio a piccoli gruppi criminali che taglieggiavano i propri connazionali.

Le lettere della Mano Nera

La Mano Nera non era un’organizzazione unica ma un metodo: lettere anonime con minacce di morte, firmate con l’impronta di una mano, pugnali o croci, chiedevano denaro a commercianti e professionisti italiani. Chi non pagava rischiava bombe, incendi e omicidi. La stampa americana dell’epoca usò quel nome per indicare indistintamente il crimine italiano, contribuendo a diffondere pregiudizi su un’intera comunità.

Giuseppe Morello e Joe Petrosino

Il gruppo più strutturato era quello di Giuseppe Morello, originario di Corleone, attivo a East Harlem con il cognato Ignazio Lupo. Nel 1903 il ritrovamento a Manhattan del corpo di Benedetto Madonia, chiuso in un barile, portò all’arresto di diversi uomini del gruppo, ma nessuno fu condannato per quel delitto. Nel 1910 Morello e Lupo furono invece condannati per falsificazione di banconote: Morello ricevette 25 anni di reclusione.

Tra gli investigatori più impegnati contro questi gruppi c’era il poliziotto newyorkese Joe Petrosino, nel 1905 posto alla guida di una squadra di agenti italoamericani, la Italian Squad, specializzata nei reati commessi all’interno della comunità. Petrosino fu ucciso a Palermo il 12 marzo 1909 durante una missione in Sicilia. Tra i sospettati vi fu Vito Cascio Ferro, che non fu mai condannato per quell’omicidio.

Il proibizionismo (1920–1933)

Il Volstead Act e il contrabbando

Il 17 gennaio 1920 entrò in vigore il divieto federale di produrre, trasportare e vendere alcolici, introdotto dal XVIII emendamento e attuato con il Volstead Act. Il proibizionismo creò un enorme mercato illegale fatto di importazioni clandestine, distillerie e locali notturni, gli speakeasy. Gruppi criminali di origine italiana, ebraica e irlandese accumularono capitali, armi e rapporti con poliziotti e politici corrotti. Il divieto fu abolito dal XXI emendamento il 5 dicembre 1933.

A New York il contrabbando arricchì giovani criminali come Frank Costello e Charles Luciano, che proprio in quegli anni strinsero rapporti d’affari con gangster di origine ebraica come Meyer Lansky. Queste alleanze, trasversali alle appartenenze etniche, avrebbero pesato anche negli equilibri dei decenni successivi.

Torrio e Capone a Chicago

A Chicago l’organizzazione costruita da Johnny Torrio passò nel 1925 al suo luogotenente Al Capone, che ne fece il gruppo criminale più noto del Paese. Il 14 febbraio 1929, in un garage di North Clark Street, sette uomini legati alla banda rivale di George «Bugs» Moran furono uccisi: è la strage di San Valentino. La stampa e l’opinione pubblica la attribuirono agli uomini di Capone, ma per quella strage nessuno fu mai processato né condannato.

La condanna per evasione fiscale

Le autorità federali riuscirono a colpire Capone sul piano fiscale. Il 17 ottobre 1931 una giuria lo dichiarò colpevole di evasione fiscale e il 24 ottobre fu condannato a 11 anni di reclusione. Scontò parte della pena ad Alcatraz, fu rilasciato nel 1939 ormai gravemente malato e morì in Florida nel 1947.

La guerra castellammarese (1930–1931)

Masseria contro Maranzano

A New York, alla fine degli anni Venti, Giuseppe «Joe the Boss» Masseria si impose come il capo più potente, con Giuseppe Morello come consigliere. Contro di lui si schierò il gruppo dei siciliani originari di Castellammare del Golfo, guidato da Salvatore Maranzano. Lo scontro, iniziato nel 1930, è passato alla storia come guerra castellammarese. Tra le prime vittime vi fu lo stesso Morello, ucciso nel suo ufficio di East Harlem il 15 agosto 1930.

La fine di Masseria e di Maranzano

Il 15 aprile 1931 Masseria fu ucciso nella Nuova Villa Tammaro, un ristorante di Coney Island. Il 10 settembre dello stesso anno toccò a Maranzano, assassinato nel suo ufficio di Manhattan pochi mesi dopo essersi proclamato «capo dei capi». Per nessuno dei due omicidi ci furono condanne.

La regia attribuita a Charles «Lucky» Luciano, il suo allontanamento dal tavolo da gioco poco prima dell’agguato a Masseria e i nomi dei presunti esecutori derivano da testimonianze successive, a cominciare da quella di Joseph Valachi nel 1963, e da biografie e ricostruzioni giornalistiche di attendibilità diseguale. Anche la cosiddetta «notte dei Vespri siciliani», una presunta strage di vecchi boss in tutto il Paese dopo la morte di Maranzano, non trova riscontro nelle fonti dell’epoca.

Lucky Luciano e la nascita della Commissione

Un governo collegiale

Nato a Lercara Friddi nel 1897 come Salvatore Lucania ed emigrato da bambino a New York, Lucky Luciano uscì dalla guerra castellammarese come l’uomo più influente della mafia newyorkese, affiancato da alleati come Joe Adonis. Secondo le testimonianze di Valachi e le memorie di Joseph Bonanno, rinunciò al titolo di «capo dei capi» e promosse un organismo collegiale, la Commissione, formato dai capi delle famiglie di New York e di alcune altre città, con il compito di risolvere i conflitti e approvare le decisioni più importanti.

Dalle testimonianze agli accertamenti federali

Per circa trent’anni l’esistenza della Commissione fu nota soltanto da fonti interne o indirette, e la sua nascita nel 1931 è ricostruita ancora oggi soprattutto attraverso testimonianze e memorie. Il primo affiliato a descriverla pubblicamente fu Valachi, davanti al Senato, nel 1963. La conferma giudiziaria arrivò molto più tardi, con il cosiddetto Commission Trial di New York, concluso nel 1986, che documentò il funzionamento della Commissione negli anni Settanta e Ottanta e portò alla condanna dei capi di diverse famiglie.

Il processo del 1936

Nel 1936 il procuratore speciale Thomas Dewey portò Luciano a processo per sfruttamento della prostituzione. Il 7 giugno fu dichiarato colpevole e poi condannato a una pena da 30 a 50 anni di reclusione. Luciano sostenne sempre di essere stato incastrato da testimoni costruiti dall’accusa, ma i ricorsi furono respinti e la condanna rimase.

Negli stessi anni il crimine organizzato newyorkese si servì di un gruppo di sicari che la stampa ribattezzò Murder, Inc., legato ad Albert Anastasia e a Louis «Lepke» Buchalter. Il gruppo fu scoperto nel 1940 grazie alla collaborazione di uno dei suoi membri, Abe Reles, che morì nel 1941 precipitando dalla finestra dell’albergo in cui era sorvegliato dalla polizia, in circostanze mai chiarite. Buchalter fu condannato a morte e giustiziato nel 1944.

Le Cinque Famiglie di New York e le altre città

Le famiglie di New York

Dopo il 1931 la mafia di New York si stabilizzò in cinque famiglie, guidate in origine da Luciano, Vincent Mangano, Tommaso Gagliano, Joseph Profaci e Joseph Bonanno. Con il tempo presero i nomi con cui sono note oggi: Genovese, Gambino, Lucchese, Colombo e Bonanno. Ogni famiglia ha un capo, un vice, un consigliere, capiregime e soldati, affiancati da associati che non sono membri formali. Questa struttura, descritta da Valachi e da molti collaboratori successivi, è stata ricostruita nei processi federali.

I nomi attuali riflettono successioni spesso violente. Nel 1951 Vincent Mangano scomparve e il comando della sua famiglia passò ad Albert Anastasia; lo stesso anno Gaetano «Tommy» Lucchese prese il posto di Gagliano. La famiglia Profaci, dopo la guerra interna con i fratelli Gallo all’inizio degli anni Sessanta, prese il nome di Joseph Colombo, gravemente ferito in un attentato nel 1971 durante una manifestazione a New York.

Carlo Gambino

Il caso più noto di ascesa è quello di Carlo Gambino, nato a Palermo nel 1902, che guidò la famiglia che ancora porta il suo nome dal 1957 fino alla morte, avvenuta per cause naturali nel 1976. Sotto la sua guida la famiglia divenne la più potente di New York.

Chicago, Buffalo, Tampa, New Orleans

Fuori da New York operavano famiglie in decine di città. Il Chicago Outfit, erede dell’organizzazione di Capone, aveva un proprio rappresentante nella Commissione. Stefano Magaddino guidò a lungo la famiglia di Buffalo, Santo Trafficante Jr. quella di Tampa, con forti interessi a Cuba fino alla rivoluzione del 1959, e Carlos Marcello quella di New Orleans.

La Seconda guerra mondiale e l’espulsione di Luciano

L’operazione Underworld

Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, l’intelligence della Marina temeva sabotaggi e spionaggio nei porti della costa orientale. Il comandante Charles Haffenden avviò contatti con figure della malavita che controllavano i moli, come Joseph Lanza del mercato del pesce di Fulton Street, e attraverso di loro con Luciano, allora detenuto. Questa collaborazione, nota come operazione Underworld, è documentata tra l’altro da un’indagine conclusa nel 1954 dal commissario dello Stato di New York William Herlands. Quanto abbia effettivamente pesato il contributo di Luciano resta invece discusso.

Lo sbarco in Sicilia: un’ipotesi controversa

Diverso è il discorso sullo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943. Che Luciano o la mafia americana abbiano avuto un ruolo decisivo nell’operazione è una tesi molto diffusa ma non dimostrata: diversi storici che hanno lavorato sugli archivi la considerano un mito, o ritengono che eventuali contatti siano stati marginali. Ne parliamo in dettaglio nelle pagine Cosa Nostra e Lo sbarco in Sicilia e la mafia.

La commutazione e l’esilio

Il 3 gennaio 1946 il governatore Dewey, lo stesso che lo aveva fatto condannare, commutò la pena di Luciano a condizione che accettasse l’espulsione. Nel febbraio 1946 Luciano fu imbarcato a Brooklyn per l’Italia. Morì all’aeroporto di Napoli il 26 gennaio 1962.

Cosa Nostra americana nel dopoguerra

L’Avana e la Commissione Kefauver

Alla fine del 1946 Luciano raggiunse Cuba. Secondo ricostruzioni basate su fonti investigative e memorie, all’Avana si riunirono in quel periodo numerosi boss americani: i contenuti di quella «conferenza» restano però in gran parte incerti. È documentato invece che nel 1947, sotto la pressione delle autorità americane, Luciano dovette lasciare Cuba. Tra il 1950 e il 1951 la commissione del Senato presieduta da Estes Kefauver, con udienze trasmesse in televisione, mostrò al pubblico americano l’esistenza di un crimine organizzato su scala nazionale.

L’Hotel delle Palme e Apalachin (1957)

Nell’ottobre 1957, a Palermo, mafiosi americani tra cui Joseph Bonanno incontrarono esponenti della mafia siciliana all’Hotel delle Palme: i contenuti di quegli incontri sono noti soprattutto dal racconto di Tommaso Buscetta e dalle successive ricostruzioni investigative (vedi 3 Riunioni mafiose). Il 25 ottobre Albert Anastasia fu ucciso nella barberia di un hotel di Manhattan, un delitto rimasto senza colpevoli.

Il 14 novembre 1957, ad Apalachin, nello Stato di New York, la polizia interruppe una riunione di decine di capimafia nella tenuta di Joseph Barbara. Venti partecipanti furono condannati per aver ostacolato la giustizia mentendo sullo scopo dell’incontro, ma nel 1960 la Corte d’appello annullò le condanne. Apalachin rese comunque impossibile, anche per l’FBI di J. Edgar Hoover, negare l’esistenza di una rete mafiosa nazionale. Nel 1959 Vito Genovese, considerato dopo la morte di Anastasia il boss più influente di New York, fu condannato per traffico di stupefacenti a 15 anni di reclusione; morì in carcere nel 1969.

Mafia, politica e servizi segreti

La CIA e i piani contro Castro

Tra il 1960 e i primi anni Sessanta la CIA cercò l’aiuto di esponenti della criminalità organizzata, tra cui John Roselli, Sam Giancana e Santo Trafficante Jr., per eliminare Fidel Castro. I piani, tutti falliti, sono documentati dalla commissione del Senato presieduta da Frank Church, che li rese pubblici nel 1975. Nel giugno di quell’anno Giancana fu ucciso nella sua casa di Oak Park, vicino a Chicago, pochi giorni prima di una prevista audizione: il delitto non è mai stato risolto.

L’assassinio di Kennedy: un’ipotesi

Il presunto coinvolgimento della mafia nell’assassinio del presidente John F. Kennedy, il 22 novembre 1963, è una delle ipotesi più discusse. Nel 1979 la commissione d’inchiesta della Camera dei rappresentanti concluse che Kennedy era stato «probabilmente» vittima di una cospirazione, senza individuarne gli autori. Stabilì che la criminalità organizzata «come gruppo» non era coinvolta, senza escludere il possibile ruolo di singoli affiliati. La conclusione sulla cospirazione si basava in larga parte su una perizia acustica poi contestata. Nessun mafioso è mai stato accusato o condannato per l’omicidio: si tratta di ipotesi, non di fatti accertati.

I traffici internazionali

La French Connection

Negli anni Cinquanta e Sessanta l’eroina raffinata a Marsiglia da organizzazioni corse e francesi arrivava negli Stati Uniti anche attraverso famiglie mafiose americane e siciliane, che ne curavano l’intermediazione e la distribuzione. Le inchieste americane e francesi tra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta smantellarono gran parte di quella rete.

La Pizza Connection

Dalla metà degli anni Settanta la mafia siciliana raffinò direttamente l’eroina e la distribuì negli Stati Uniti anche attraverso una rete di pizzerie, con l’appoggio di uomini legati alla famiglia Bonanno. Il processo federale noto come Pizza Connection, iniziato a New York il 30 settembre 1985, si concluse il 2 marzo 1987 con 18 condanne; Gaetano Badalamenti fu condannato a 45 anni di reclusione. Secondo l’accusa, tra il 1975 e il 1984 la rete aveva importato eroina per un valore stimato di 1,65 miliardi di dollari.

Sindona, gli Inzerillo e i Gambino

Il traffico rafforzò i legami tra la famiglia Gambino e le famiglie palermitane degli Inzerillo e degli Spatola. Nell’estate del 1979 il banchiere Michele Sindona, sotto accusa negli Stati Uniti per il crollo della Franklin National Bank, simulò il proprio rapimento e raggiunse segretamente la Sicilia: le indagini italiane, a partire da quelle di Giovanni Falcone, ricostruirono il ruolo di uomini di quell’ambiente nell’organizzazione del viaggio. Dopo la seconda guerra di mafia diversi superstiti degli Inzerillo trovarono rifugio negli Stati Uniti.

Indagini federali e grandi processi

Valachi e la legge RICO

Tra settembre e ottobre 1963 Joseph Valachi, soldato della famiglia Genovese, testimoniò davanti alla sottocommissione del Senato presieduta da John McClellan: fu il primo affiliato a descrivere pubblicamente la struttura, le regole e il nome di Cosa Nostra. La sua resta una testimonianza fondamentale, ma non sempre precisa. Lo strumento decisivo arrivò nel 1970 con il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO), che permise di perseguire l’intera organizzazione e i suoi capi per i reati commessi nell’interesse dell’«impresa» criminale. Negli anni Ottanta anche Tommaso Buscetta, dopo la collaborazione con Falcone, testimoniò nei processi americani e davanti al Senato degli Stati Uniti.

Il Commission Trial

Il 12 luglio 1979 Carmine Galante, capo della famiglia Bonanno, fu ucciso in un ristorante di Brooklyn. Nel febbraio 1985 la procura federale di Manhattan, guidata da Rudolph Giuliani, incriminò i vertici delle famiglie di New York. Il 19 novembre 1986 la giuria condannò otto imputati per racketeering; il 13 gennaio 1987 sette di loro, tra cui Anthony Salerno, Anthony Corallo e Carmine Persico, ricevettero 100 anni di reclusione ciascuno. Anthony Indelicato fu condannato anche per l’omicidio Galante.

Castellano, Gotti e i collaboratori

Il 16 dicembre 1985 Paul Castellano, capo della famiglia Gambino, fu ucciso davanti allo Sparks Steak House di Manhattan. Ne prese il posto John Gotti, assolto in diversi processi e soprannominato dalla stampa «Teflon Don». Grazie anche alla testimonianza del suo vice Salvatore «Sammy» Gravano, il 2 aprile 1992 Gotti fu condannato, tra l’altro, per l’omicidio Castellano; il 23 giugno ricevette l’ergastolo e morì in carcere nel 2002.

Dagli anni Duemila a oggi

I capi che collaborano

Negli anni Duemila la rottura dell’omertà raggiunse i vertici: nel 2004 Joseph Massino, capo della famiglia Bonanno condannato per omicidi e racketeering, divenne il primo capo di una delle Cinque Famiglie a collaborare con il governo federale. Il 20 gennaio 2011 l’FBI condusse la più grande operazione antimafia mai eseguita in un solo giorno, con oltre 120 persone accusate nel Nord-Est degli Stati Uniti.

Old Bridge e i rapporti con Palermo

Il 7 febbraio 2008 l’operazione Old Bridge, condotta in coordinamento tra FBI e polizia italiana, portò a decine di arresti a New York e a Palermo e documentò i rapporti tra la famiglia Gambino e gli Inzerillo rientrati in Sicilia. Tra gli arrestati c’era Frank Cali, che si dichiarò colpevole di cospirazione a scopo di estorsione e anni dopo divenne capo della famiglia Gambino. Il 13 marzo 2019 Cali fu ucciso a colpi di pistola davanti alla sua casa di Staten Island. Per l’omicidio fu arrestato e accusato Anthony Comello, un giovane senza legami accertati con la mafia, che si dichiarò non colpevole e nel 2020 fu giudicato incapace di stare in giudizio. Dagli atti del tribunale resi parzialmente pubblici nel gennaio 2025 risulta che, ritenuto in seguito in grado di affrontare il procedimento, si è dichiarato colpevole di manslaughter, un reato meno grave dell’accusa di omicidio contestata inizialmente, ed è stato condannato a una pena detentiva la cui durata è rimasta riservata.

La situazione attuale

Oggi le Cinque Famiglie sono molto più deboli rispetto agli anni Settanta, ma non sono scomparse. Le inchieste federali più recenti ne documentano ancora la presenza nel gioco d’azzardo illegale, nelle estorsioni, nell’edilizia e nei sindacati. Nel novembre 2023 un’indagine coordinata tra Brooklyn e Palermo ha portato all’arresto di dieci membri e associati della famiglia Gambino, accusati di estorsioni nei settori dei rifiuti e delle demolizioni, e di sei persone in Italia. Il 23 ottobre 2025 la procura federale di Brooklyn ha incriminato 31 persone, tra cui membri e associati delle famiglie Bonanno, Gambino e Genovese, per una rete di partite di poker truccate con dispositivi elettronici che, secondo l’accusa, avrebbe sottratto alle vittime almeno 7 milioni di dollari. Si tratta di accuse ancora da provare in giudizio.

Storie e biografie collegate

Le origini

La Mano Nera · Giuseppe Morello

Proibizionismo e guerra castellammarese

Joe «The Boss» Masseria · Al Capone · Lucky Luciano · Joe Adonis

Dal dopoguerra a oggi

3 Riunioni mafiose · Sam «Momo» Giancana · John Gotti

Pagine collegate in altre sezioni

Mafie · Cosa Nostra · Don Vito Cascio Ferro · Lo sbarco in Sicilia e la mafia · Tommaso Buscetta · Michele Sindona · Frank Coppola

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