Gladio

Stay Behind

Gladio era il nome della struttura segreta italiana di tipo «Stay Behind»: una rete clandestina predisposta durante la Guerra fredda dal servizio segreto militare, d'intesa con i servizi statunitensi e nel quadro della pianificazione alleata in ambito NATO, per organizzare la resistenza in caso di invasione e occupazione del territorio nazionale. Formalizzata con un accordo del 1956, rimase segreta per oltre trent'anni, finché nel 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti ne rivelò l'esistenza al Parlamento. Da allora il suo nome è stato accostato ad alcune delle pagine più oscure della Repubblica, dalla strategia della tensione al caso Moro. Alcuni di questi accostamenti sono stati indagati a fondo, altri restano ipotesi: questa pagina e i documentari che la accompagnano provano a tenerli distinti.

Le reti Stay Behind nell'Europa del dopoguerra

Dopo il 1945, con la divisione dell'Europa in blocchi contrapposti, diversi Paesi dell'Europa occidentale predisposero reti clandestine destinate ad attivarsi soltanto in caso di invasione da parte dell'Unione Sovietica. L'idea era quella di lasciare «dietro le linee» (stay behind) gruppi addestrati a raccogliere informazioni, organizzare vie di fuga, comunicare con gli alleati e condurre sabotaggi.

Le reti erano nazionali e dipendevano dai rispettivi servizi segreti, ma la loro pianificazione era coordinata a livello alleato. Nell'ambito dello SHAPE, il comando militare della NATO in Europa, operavano organismi di raccordo come il Comitato di pianificazione clandestina (CPC) e, più tardi, il Comitato clandestino alleato (ACC). Secondo la documentazione resa nota nel 1990, il servizio italiano entrò nel primo nel 1959 e nel secondo nel 1964.

Per questo descrivere Gladio semplicemente come «la rete clandestina della NATO» è impreciso. La struttura italiana era gestita dal servizio segreto militare italiano e nasceva da intese bilaterali con gli Stati Uniti, mentre gli organismi alleati svolgevano funzioni di coordinamento e pianificazione comune.

L'accordo del 1956 e la nascita di Gladio

In Italia lo studio di un'organizzazione clandestina di resistenza fu avviato all'inizio degli anni Cinquanta dal SIFAR, il Servizio informazioni delle forze armate istituito nel 1949, sulla base di intese preliminari con i servizi statunitensi.

Il 26 novembre 1956 SIFAR e CIA sottoscrissero l'accordo che formalizzava la struttura Stay Behind italiana. La gestione fu affidata a una sezione dedicata del servizio, la V Sezione SAD (Studi speciali e Addestramento del personale), costituita il 1° ottobre 1956.

Secondo l'elenco reso noto nel 1990, gli appartenenti alla rete furono 622. La Commissione parlamentare sulle stragi rilevò però che le liste disponibili non coincidevano tra loro e che a queste persone si aggiungevano molte altre contattate ma non arruolate: un quadro che la stessa Commissione definì «estremamente confuso».

Capo Marrargiu e i depositi NASCO

Il principale centro di addestramento era il Centro Addestramento Guastatori (CAG) di Capo Marrargiu, sulla costa nord-occidentale della Sardegna, nei pressi di Alghero. Qui venivano formati i quadri e gli istruttori della rete.

Armi, esplosivi e materiali erano custoditi in 139 depositi clandestini, chiamati NASCO (dal termine «nascondiglio»), interrati per lo più nel Nord-Est, l'area considerata più esposta a un'eventuale invasione da est.

Il 24 febbraio 1972 uno di questi depositi venne scoperto ad Aurisina, sul Carso triestino. Negli anni immediatamente successivi il servizio avviò il recupero dei NASCO, motivato con ragioni di sicurezza. Il ritrovamento di Aurisina è poi diventato uno dei punti più discussi nelle inchieste degli anni Novanta.

Dal SIFAR al SID: gli anni Sessanta

Negli anni Sessanta il SIFAR fu travolto dallo scandalo dei fascicoli raccolti illegalmente su politici, sindacalisti e personalità pubbliche, e nel 1965-1966 venne sostituito dal SID, il Servizio informazioni difesa. Gladio passò sotto il SID e, dopo la riforma del 1977, sotto il SISMI.

Lo stesso decennio fu segnato dal Piano Solo del 1964, il piano predisposto dal comandante generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, che in precedenza aveva guidato il SIFAR. La vicenda fu ricostruita da commissioni d'inchiesta e processi; un collegamento operativo tra il Piano Solo e Gladio, invece, non è stato documentato.

Nel 1990 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga indicò tra i «padri» della struttura Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Ettore Musco e Giovanni De Lorenzo. È una dichiarazione politica che sottolinea la continuità istituzionale della rete, non un giudizio sulle singole vicende in cui il suo nome è stato poi evocato.

Golpe Borghese e loggia P2: che cosa si sa

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas, avviò un tentativo di colpo di Stato che venne interrotto nel corso della notte stessa. Il lungo procedimento giudiziario che ne seguì non si concluse con condanne per insurrezione armata.

Negli anni sono state avanzate ipotesi su contatti tra gli ambienti del golpe e settori dei servizi, e alcuni autori le hanno estese a Gladio. Non esiste però una prova documentale che la struttura Gladio in quanto tale abbia partecipato al tentativo.

Lo stesso vale per la loggia P2 di Licio Gelli: diversi alti ufficiali dei servizi comparivano negli elenchi sequestrati nel 1981, ma un rapporto organico tra la loggia e Gladio non è stato accertato. Sono temi che i documentari affrontano come piste d'inchiesta, da tenere distinte dai fatti dimostrati.

Peteano e Vincenzo Vinciguerra

Il 31 maggio 1972 a Peteano, nei pressi di Gorizia, un'autobomba uccise tre carabinieri. Le prime indagini seguirono piste che si rivelarono infondate.

Nel 1984 il neofascista Vincenzo Vinciguerra, proveniente da Ordine Nuovo, si assunse la responsabilità dell'attentato e fu condannato all'ergastolo. Nelle sue dichiarazioni sostenne che in Italia esistesse una struttura segreta parallela alle forze armate e che settori dello Stato avessero protetto l'eversione di destra. È la testimonianza di un condannato: ha avuto un peso rilevante nel dibattito pubblico, ma non costituisce da sola una prova.

Riprendendo le indagini su Peteano, il giudice istruttore veneziano Felice Casson chiese nel 1990 di poter consultare gli archivi del SISMI e ottenne l'autorizzazione dal governo. Fu uno dei passaggi che portarono, pochi mesi dopo, alla rivelazione pubblica di Gladio.

La strategia della tensione: accuse e controversie

Dopo il 1990 il nome di Gladio è stato collegato da inchieste giornalistiche e da una parte della storiografia alla strategia della tensione, la stagione di stragi e violenze politiche iniziata nel 1969. Vinciguerra stesso ha descritto gli attentati di quegli anni come parte di un unico disegno: un'interpretazione che resta sua.

Diverse inchieste giudiziarie hanno documentato rapporti tra settori dei servizi segreti e ambienti dell'estremismo di destra, oltre a depistaggi accertati. Altra cosa è attribuire quelle vicende alla rete Gladio: la Commissione parlamentare sulle stragi invitò espressamente a evitare l'errore di individuare in Gladio la chiave interpretativa di tutta la strategia della tensione.

La stessa Commissione osservò che nella documentazione esistevano tracce di compiti legati alla difesa da sovvertimenti interni, ma che non vi erano solide basi documentali per affermare che la struttura fosse stata effettivamente attivata a quel fine. Su questo punto il confronto tra studiosi resta aperto.

Aldo Moro e le carte di via Monte Nevoso

Il 1° ottobre 1978, pochi mesi dopo l'uccisione di Aldo Moro, i carabinieri fecero irruzione nel covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso a Milano, dove fu trovata una parte degli scritti prodotti dal presidente della Democrazia cristiana durante il sequestro.

Il 9 ottobre 1990, durante lavori di ristrutturazione nello stesso appartamento, dietro un pannello emersero centinaia di fogli fotocopiati: una versione molto più ampia del cosiddetto memoriale. In uno dei passaggi Moro, rispondendo ai brigatisti, accennava all'esistenza di reparti addestrati alla guerriglia contro eventuali forze di occupazione, un riferimento compatibile con la struttura Stay Behind.

La vicinanza tra questo ritrovamento e la rivelazione pubblica di Gladio, avvenuta due settimane dopo, ha alimentato molte interpretazioni. Restano aperte le domande sul perché quei fogli non fossero stati individuati nel 1978.

1990: la rivelazione di Andreotti

All'inizio di agosto del 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti informò la Commissione parlamentare sulle stragi dell'esistenza di una struttura clandestina collegata alla pianificazione alleata. In ottobre trasmise una relazione scritta e il 24 ottobre ne parlò alla Camera dei deputati.

Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga rivendicò la legittimità della struttura e il proprio ruolo, sostenendo che si trattasse di un'organizzazione lecita, nata per difendere il Paese da un'invasione. Una parte delle forze politiche e della stampa chiese invece chiarezza sui controlli esercitati e sui compiti effettivamente svolti.

Nel novembre 1990 la struttura fu dichiarata sciolta e fu reso pubblico l'elenco dei 622 nominativi, da molti ritenuto incompleto.

Commissioni parlamentari e processi

La Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e sulle stragi esaminò a lungo la vicenda. Pur riconoscendo come legittimo l'obiettivo iniziale di preparare una resistenza in caso di occupazione, espresse un giudizio critico sull'esistenza per decenni di una struttura segreta sottratta a controlli adeguati, parlando di «illegittimità costituzionale progressiva».

Sul piano giudiziario diverse procure aprirono indagini. A Roma alti ufficiali del servizio militare, tra cui il generale Paolo Inzerilli, che aveva guidato la struttura, furono processati: il procedimento si concluse nel 2001 con l'assoluzione.

Nel complesso, nessuna delle inchieste si è conclusa con condanne che attribuissero a Gladio in quanto tale la responsabilità di stragi o attentati.

Che cosa è documentato e che cosa resta controverso

Sono documentati l'esistenza della rete, l'accordo SIFAR-CIA del 1956, la dipendenza dal SIFAR, poi dal SID e dal SISMI, il centro di Capo Marrargiu, i 139 depositi NASCO e il loro recupero dopo la scoperta di Aurisina, la rivelazione del 1990 e lo scioglimento della struttura.

Restano invece accuse, testimonianze o ipotesi non provate il coinvolgimento di Gladio nelle stragi, nel golpe Borghese o nei rapporti con la loggia P2 e con la criminalità organizzata, così come l'esistenza di compiti di controllo interno effettivamente esercitati. Anche formule come «Stato parallelo», diffuse nel dibattito pubblico, sono interpretazioni e non conclusioni accertate.

I documentari di Italia Mistero ripercorrono anche queste piste, dai rapporti tra apparati ed eversione al ruolo della criminalità organizzata: vanno seguiti come un'inchiesta su testimonianze e ipotesi, tenendo presente che cosa è stato dimostrato e che cosa no.

Storie e biografie collegate

Gladio, foto