'Ndrangheta
Storia della mafia calabrese dalle origini ai grandi processi
La ’Ndrangheta è l’organizzazione mafiosa nata in Calabria tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. Per decenni fu sottovalutata come una «mafia dei poveri», chiusa nei paesi dell’Aspromonte; poi, tra sequestri di persona, appalti pubblici e traffico di cocaina, è diventata una rete presente in quasi tutte le regioni del Centro-Nord e in molti Paesi del mondo. Le autorità italiane ed europee la considerano oggi la più ramificata tra le mafie italiane.
Questa pagina ne ripercorre la storia in ordine cronologico. Per ogni vicenda distinguiamo i fatti storici documentati, gli accertamenti giudiziari, con il grado di giudizio raggiunto alla data di ottobre 2026, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le ipotesi investigative o le ricostruzioni ancora controverse.
Le origini: dalla picciotteria alla ’Ndrangheta (1860–1945)
Osso, Mastrosso e Carcagnosso: la leggenda fondativa
Secondo il racconto tramandato nei rituali di affiliazione, tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fuggiti dopo aver vendicato l’onore di una sorella, avrebbero trascorso ventinove anni sull’isola di Favignana elaborando le regole della «società». Poi si sarebbero divisi: Osso in Sicilia, dove avrebbe dato vita a Cosa Nostra, Mastrosso in Campania, padre della Camorra, Carcagnosso in Calabria. È una leggenda senza alcun riscontro storico. La sua importanza sta nel fatto che gli affiliati l’hanno usata per oltre un secolo per attribuire alla loro organizzazione un’origine nobile e antica.
La picciotteria nei processi di fine Ottocento
Le prime tracce documentate sono giudiziarie. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento i tribunali della provincia di Reggio Calabria processarono decine di associazioni chiamate «picciotteria», «onorata società» o semplicemente «società»: gruppi di giovani, spesso pastori, braccianti o piccoli artigiani, organizzati per gradi, con riti di ingresso, un codice di comportamento e una cassa comune. Le regole e le formule di giuramento sequestrate in quegli anni ricompariranno, con poche varianti, nei rituali intercettati un secolo dopo. Il fenomeno era radicato soprattutto nella Piana di Gioia Tauro, a Reggio e lungo la costa ionica.
Il nome «’ndrangheta»
La parola deriva con ogni probabilità dal greco andragathía, «virtù dell’uomo valoroso», attraverso il dialetto della Calabria meridionale, nel quale lo ’ndranghetista era l’uomo coraggioso e rispettato. Il termine entrò nell’uso giornalistico e negli atti ufficiali solo dagli anni Cinquanta del Novecento; prima si parlava di picciotteria o di «mafia calabrese». Durante il fascismo la repressione colpì le associazioni con arresti di massa, ma non le estinse: come in Sicilia, i clan sopravvissero nelle campagne e tornarono a operare apertamente nel dopoguerra.
Come è organizzata: ’ndrine, locali e Crimine
La ’ndrina e la famiglia di sangue
La cellula di base è la ’ndrina, che coincide in gran parte con una famiglia biologica, allargata a parenti acquisiti e alleati. La sovrapposizione tra legami di sangue e vincolo criminale spiega il numero storicamente basso di collaboratori di giustizia calabresi: collaborare significa accusare padri, fratelli e figli. Più ’ndrine dello stesso territorio formano un «locale», guidato da un capo locale affiancato da un contabile e da un responsabile delle azioni violente, chiamato «crimine».
Società minore, società maggiore e le «doti»
All’interno del locale gli affiliati sono divisi tra «società minore» (picciotto, camorrista, sgarrista) e «società maggiore», alla quale si accede con gradi successivi chiamati «doti»: santista, vangelo, quartino, trequartino, padrino e, secondo indagini più recenti, gradi ancora superiori. I rituali di affiliazione, con santini bruciati e formule che invocano anche Garibaldi, Mazzini e La Marmora, sono stati più volte filmati e intercettati dalle forze dell’ordine (fatto documentato).
Polsi, il Crimine e la Provincia
Per decenni è prevalsa l’immagine di una ’Ndrangheta frammentata, fatta di famiglie autonome senza un vertice. Le indagini degli ultimi trent’anni l’hanno corretta. In occasione della festa della Madonna della Montagna, all’inizio di settembre, i capi si riunivano presso il santuario di Polsi, nel cuore dell’Aspromonte. L’operazione Crimine ha documentato un organismo di coordinamento chiamato «Crimine» o «Provincia», articolato in tre mandamenti (Tirrenico, Ionico e Centro, cioè Reggio Calabria), competente sulle regole, sulle cariche e sulla soluzione dei conflitti. Le sentenze definitive dei processi Crimine e Infinito hanno riconosciuto il carattere unitario dell’organizzazione. Non si tratta però di una «cupola» paragonabile a quella di Cosa Nostra negli anni Ottanta: le singole ’ndrine conservano ampia autonomia negli affari.
Il secondo dopoguerra: Aspromonte, vecchi capi e Montalto (1945–1969)
L’operazione Marzano (1955)
Nel dopoguerra la ’Ndrangheta controllava le guardianie dei fondi agricoli, i mercati ortofrutticoli e il contrabbando. Nel 1955, dopo una serie di omicidi, il governo inviò in Calabria il questore Carmelo Marzano, che guidò una vasta operazione di polizia con centinaia di arresti in provincia di Reggio. L’operazione colpì soprattutto la manovalanza e non intaccò i rapporti tra i capi e il potere locale, che proprio in quegli anni si consolidavano attraverso il voto e il controllo del lavoro.
I vecchi capi: Macrì, Tripodo e Piromalli
Negli anni Cinquanta e Sessanta tre figure dominavano la ’Ndrangheta: Antonio Macrì, capo del locale di Siderno e punto di riferimento della costa ionica, con contatti in Canada e Australia; Domenico Tripodo, il boss più influente di Reggio Calabria; Girolamo «Mommo» Piromalli, capo della cosca di Gioia Tauro. Erano capi di stampo tradizionale, legati al controllo del territorio, al contrabbando di sigarette e alla mediazione con la politica locale.
Il summit di Montalto (26 ottobre 1969)
Il 26 ottobre 1969, in località Montalto, sull’Aspromonte, la polizia fece irruzione in una riunione di ’ndranghetisti provenienti da tutta la provincia. Molti riuscirono a fuggire nei boschi; decine furono identificati e processati (fatto documentato). Al centro della riunione c’erano gli equilibri interni e le tensioni tra i vecchi capi e le nuove generazioni. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, a Montalto si sarebbe parlato anche di un possibile appoggio al progetto di colpo di Stato di Junio Valerio Borghese, poi tentato nel dicembre 1970: è una ricostruzione controversa, mai accertata in sede giudiziaria (ipotesi).
La Santa e la svolta degli anni Settanta
La nascita della Santa
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, secondo le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, i capi più ambiziosi crearono una nuova dote riservata, la «Santa». I santisti, inizialmente pochissimi, potevano intrattenere rapporti che le vecchie regole vietavano: con uomini delle istituzioni, professionisti, politici e soprattutto con la massoneria. L’esistenza della Santa è stata recepita in diverse sentenze; i dettagli della sua nascita, cioè chi la promosse, in quale anno e con quali alleati, si basano invece in larga parte sui racconti dei pentiti (dichiarazioni di collaboratori). Secondo queste ricostruzioni, Macrì e Tripodo, espressione della vecchia ’Ndrangheta, si opposero; i De Stefano di Reggio e i Piromalli la favorirono.
Massoneria e doppia appartenenza
La possibilità per i santisti di affiliarsi a logge massoniche, comprese logge coperte, è uno dei temi più discussi della storia calabrese. È emersa dalle dichiarazioni di collaboratori come Giacomo Lauro e Filippo Barreca e da diverse inchieste. Nel dicembre 2017 la Commissione parlamentare antimafia ha approvato una relazione sulle infiltrazioni mafiose nella massoneria in Calabria e in Sicilia, dopo aver acquisito gli elenchi degli iscritti di alcune obbedienze (fatto documentato). La relazione ha segnalato numerosi iscritti coinvolti in procedimenti per mafia; l’esistenza di un sistema strutturato tra logge e ’Ndrangheta resta però oggetto di dibattito giudiziario e storico.
Appalti, Gioia Tauro e il caso Moro
Gli anni Settanta portarono in Calabria grandi investimenti pubblici: il progetto del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, mai realizzato, il porto e il completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Le cosche, i Piromalli in testa, si inserirono nei subappalti, nei trasporti e nelle forniture, passando dalla rendita agricola all’impresa (fatto documentato da inchieste e relazioni antimafia).
Nello stesso decennio si collocano le ipotesi su presenze calabresi in via Fani durante il sequestro di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, e sull’interesse di alcuni boss per la vicenda. Sono tesi discusse anche dalle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, ma nessuna sentenza le ha accertate (ipotesi).
La prima guerra di ’Ndrangheta (1974–1977)
Dal Roof Garden a Poggioreale
Lo scontro tra vecchia e nuova ’Ndrangheta esplose nel 1974. Il 24 novembre di quell’anno, al bar Roof Garden di Reggio Calabria, un commando legato a Tripodo uccise Giovanni De Stefano e ferì il fratello Giorgio. Il 20 gennaio 1975 Antonio Macrì fu assassinato a Siderno. Domenico Tripodo, arrestato nel febbraio 1975, fu ucciso a coltellate il 26 agosto 1976 nel carcere di Poggioreale, a Napoli: secondo le ricostruzioni, su richiesta dei De Stefano e con l’aiuto di uomini legati a Raffaele Cutolo. Il 7 novembre 1977 fu ucciso in Aspromonte anche Giorgio De Stefano (fatti documentati).
Chi vinse e perché
La guerra causò, secondo le stime più diffuse, oltre duecento morti. Vinsero i De Stefano a Reggio e i Piromalli nella Piana: la generazione che puntava sugli appalti, sui sequestri e sui rapporti riservati con la politica e la massoneria. Il conflitto segnò il passaggio dalla ’Ndrangheta rurale a quella imprenditoriale.
I rapporti con Cosa Nostra
Negli stessi anni si intensificarono i contatti con la mafia siciliana. Diversi collaboratori di giustizia hanno raccontato di boss palermitani ospiti in Calabria e di affiliazioni incrociate; Angelo Siino, per esempio, ha descritto i viaggi in Calabria di Stefano Bontate (dichiarazioni di collaboratori). Le due organizzazioni non furono però mai in rapporto di subordinazione: i calabresi mantennero regole, territori e affari propri.
La stagione dei sequestri di persona (1970–1991)
Tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta il sequestro di persona fu una delle principali fonti di accumulazione dei clan dell’Aspromonte. Gli ostaggi, rapiti in Calabria ma anche in Lombardia, Piemonte e Lazio, venivano trasferiti nelle grotte e nei boschi della montagna, dove potevano restare prigionieri per mesi o anni. Tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta in Italia furono rapite a scopo di estorsione quasi cinquecento persone; Calabria, Lombardia e Sardegna furono le regioni più colpite (fatto documentato). Secondo molte ricostruzioni investigative, i riscatti finanziarono il successivo ingresso nel traffico di stupefacenti.
Il caso Getty (1973)
Il 10 luglio 1973 John Paul Getty III, nipote del petroliere americano, fu rapito a Roma e tenuto prigioniero in Calabria. Dopo mesi di trattative, e dopo che i rapitori gli ebbero tagliato un orecchio, la famiglia pagò il riscatto e il ragazzo fu liberato a dicembre. Il processo condannò solo una parte degli imputati: il coinvolgimento dei vertici delle cosche della Piana, sostenuto dagli investigatori, non fu provato in giudizio.
Cesare Casella e la fine di un’epoca
Il caso simbolo dell’ultima stagione fu quello di Cesare Casella, rapito a Pavia il 18 gennaio 1988 e liberato il 30 gennaio 1990, dopo 743 giorni di prigionia. La madre, Angela Casella, andò di persona nei paesi dell’Aspromonte e si incatenò nelle piazze per chiedere la liberazione del figlio. La legge n. 82 del 1991, che rese obbligatorio il blocco dei beni della famiglia del sequestrato, e il crescente rischio per i clan chiusero di fatto la stagione dei grandi sequestri.
Giustino De Vuono, tra ’Ndrangheta e terrorismo
Tra le figure più enigmatiche di quegli anni c’è Giustino De Vuono, ex legionario calabrese, il cui nome compare nelle cronache dei sequestri degli anni Settanta e nelle ipotesi, mai provate, su una sua presenza in via Fani. Il suo profilo è ricostruito nella pagina a lui dedicata dell’archivio.
La seconda guerra di ’Ndrangheta e la stagione delle stragi (1985–1994)
Archi, ottobre 1985
L’11 ottobre 1985 un’autobomba esplose a Villa San Giovanni contro Antonio Imerti, che sopravvisse. Due giorni dopo, il 13 ottobre, Paolo De Stefano, il boss più potente di Reggio, fu ucciso in un agguato nel quartiere di Archi. Si aprì una guerra tra lo schieramento dei De Stefano, Tegano, Libri e Latella e quello dei Condello, Imerti, Serraino e Rosmini. Durò sei anni e, secondo la Commissione parlamentare antimafia, causò oltre seicento morti, in gran parte a Reggio Calabria e nei comuni vicini (fatto documentato).
La pace del 1991 e il ruolo di Cosa Nostra
La guerra si chiuse nel settembre 1991 con una pace che, secondo diversi collaboratori di giustizia, fu favorita dalla mediazione di Cosa Nostra (dichiarazioni di collaboratori). Dalla pace sarebbe nata o si sarebbe rafforzata la struttura di coordinamento della «Provincia», pensata per evitare nuovi conflitti tra le famiglie. Giovanni Brusca ha raccontato i rapporti tra Totò Riina e i calabresi, dai Piromalli ai De Stefano.
Il 9 agosto 1991, poche settimane prima della tregua, fu ucciso a Campo Calabro il sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxiprocesso di Palermo davanti alla Suprema Corte. L’omicidio è ancora senza colpevoli: le indagini riaperte dalla procura di Reggio Calabria ipotizzano un accordo tra Cosa Nostra e ’Ndrangheta (ipotesi investigativa).
Il delitto Mormile e la Falange Armata
L’11 aprile 1990 l’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile fu ucciso a Carpiano, alle porte di Milano. Il delitto fu rivendicato da una sigla allora sconosciuta, la «Falange Armata», che negli anni successivi firmerà decine di rivendicazioni, comprese quelle legate alle stragi del 1992 e del 1993. Per l’omicidio sono stati condannati in via definitiva, come mandanti, i boss della ’Ndrangheta lombarda Antonio e Domenico Papalia, quest’ultimo con sentenza divenuta irrevocabile nel 2011, e, come esecutori materiali, Antonio Schettini e Antonino Cuzzola; tra i mandanti le sentenze indicano anche Franco Coco Trovato (accertamento giudiziario). Nel marzo 2025 la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha assolto un altro imputato e ha definito «mere ipotesi» i possibili legami tra la Falange Armata e ambienti dei servizi di sicurezza: legami ritenuti plausibili ma mai provati.
Il processo ’Ndrangheta stragista
Secondo la procura di Reggio Calabria, la ’Ndrangheta partecipò alla strategia stragista di Cosa Nostra dei primi anni Novanta. Il processo «’Ndrangheta stragista» riguarda gli agguati ai carabinieri in provincia di Reggio tra il 1993 e il 1994 e in particolare l’omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi il 18 gennaio 1994. Imputati come mandanti sono Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, e Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della cosca Piromalli. Condannati all’ergastolo in primo grado nel 2020 e in appello nel 2023, hanno visto la Cassazione annullare la sentenza con rinvio. Il 10 luglio 2026 la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria li ha di nuovo condannati all’ergastolo. È l’ultimo provvedimento accertato: alla data di questa pagina non sono note pubblicamente né le motivazioni né l’esito di un eventuale ricorso in Cassazione, e la sentenza non è definitiva.
Politica, massoneria e istituzioni: accertamenti e ipotesi
Il rapporto con la politica è uno dei tratti costitutivi della ’Ndrangheta. È necessario però separare con cura ciò che è stato accertato da ciò che è rimasto ipotesi.
Fatti accertati: omicidi politici e scioglimenti
Il 16 ottobre 2005, a Locri, il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno fu ucciso nel seggio delle primarie dell’Unione. Per l’omicidio la Corte d’Assise di Locri, nel febbraio 2009, condannò all’ergastolo i mandanti e gli esecutori. Le condanne sono definitive: nell’ottobre 2012 la Cassazione ha confermato gli ergastoli di Giuseppe Marcianò e degli esecutori Salvatore Ritorto e Domenico Audino; per il padre, Alessandro Marcianò, l’ergastolo è divenuto definitivo nel luglio 2014, dopo un nuovo giudizio d’appello. Nell’ottobre 2012 il Consiglio dei ministri sciolse per infiltrazioni mafiose il Comune di Reggio Calabria: era la prima volta che il provvedimento colpiva un capoluogo di provincia (fatto documentato). Dall’agosto 1991, anno di introduzione della legge, al settembre 2025 i decreti di scioglimento di enti locali per infiltrazioni mafiose sono stati 402 in tutta Italia: l’89% ha riguardato Calabria, Campania e Sicilia, e le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia sono tra le cinque più colpite.
Il processo Gotha
L’inchiesta «Gotha» della procura di Reggio Calabria, nata dalla riunione delle indagini «Mamma Santissima», «Reghion», «Fata Morgana», «Alchimia» e «Sistema Reggio», ha sostenuto l’esistenza di una «componente riservata» della ’Ndrangheta: un direttorio di professionisti e politici in grado di orientare le scelte delle istituzioni. Nel rito ordinario, il 30 luglio 2021 il Tribunale di Reggio condannò in primo grado l’ex deputato Paolo Romeo a 25 anni per associazione mafiosa. Il 25 maggio 2026 la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza: Romeo è stato assolto «perché il fatto non sussiste», con trasmissione degli atti alla procura per valutare un’eventuale ipotesi di concorso esterno, ed è stata confermata l’assoluzione dell’ex senatore Antonio Caridi. La sentenza d’appello non è definitiva: alla data di questa pagina non sono note pubblicamente eventuali impugnazioni. Nel filone abbreviato l’avvocato Giorgio De Stefano, omonimo del boss ucciso nel 1977, è stato assolto in via definitiva il 12 dicembre 2025, quando la Cassazione ha annullato senza rinvio la sua condanna.
Il caso Matacena
Tra i processi che hanno toccato i rapporti tra ’Ndrangheta e politica nazionale c’è quello sulla latitanza di Amedeo Matacena, ex parlamentare condannato in via definitiva nel 2013 per concorso esterno in associazione mafiosa, rifugiatosi a Dubai e morto lì nel 2022. Nel processo celebrato a Reggio Calabria l’ex ministro Claudio Scajola è stato condannato in primo grado nel 2020 a due anni per procurata inosservanza di pena; il 9 luglio 2024 la Corte d’Appello di Reggio Calabria lo ha prosciolto per intervenuta prescrizione, che è l’ultimo provvedimento accertato. Tra i testimoni è comparso anche Francesco Pazienza, ex collaboratore del Sismi.
Il traffico internazionale di cocaina
Dalla fine degli anni Ottanta la ’Ndrangheta investì i proventi dei sequestri nel traffico di stupefacenti e in pochi anni conquistò una posizione di vertice nell’importazione di cocaina in Europa. Il suo vantaggio era la reputazione: pochi pentiti, pagamenti puntuali, una rete di famiglie insediate nei porti e nei Paesi di transito. Le relazioni della Direzione investigativa antimafia descrivono i clan calabresi come interlocutori privilegiati dei cartelli sudamericani.
I broker: Roberto Pannunzi
Figura simbolo è Roberto Pannunzi, detto «Bebè», considerato dagli investigatori uno dei maggiori broker di cocaina al mondo: intermediario tra i fornitori sudamericani e i principali clan della ’Ndrangheta, con legami anche con Cosa Nostra secondo la procura. Arrestato in Colombia nel 1994 e in Spagna nel 2004, tornò entrambe le volte in libertà, la seconda fuggendo da un ospedale. Fu catturato in un centro commerciale di Bogotá il 5 luglio 2013 e trasferito in Italia due giorni dopo.
Gioia Tauro, Anversa e il Sud America
Il porto di Gioia Tauro, uno dei maggiori scali di container del Mediterraneo, è da anni uno dei principali punti d’ingresso della cocaina in Europa, insieme ai porti del Nord come Anversa e Rotterdam. Le indagini hanno documentato la presenza di broker calabresi in Colombia, Ecuador e Brasile. Tra questi Nicola Assisi, arrestato in Brasile nel 2019, e Rocco Morabito, boss di Africo evaso dal carcere centrale di Montevideo il 24 giugno 2019, ricatturato a João Pessoa, in Brasile, il 25 maggio 2021 ed estradato in Italia il 6 luglio 2022 per scontare un cumulo di 30 anni. Nell’ottobre 2026 un’inchiesta sul traffico di cocaina tra Brasile ed Europa ha portato all’arresto di persone vicine alla famiglia Assisi (indagine in corso).
L’espansione nel Nord Italia e all’estero
La presenza calabrese al Nord ha radici negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’emigrazione e con il soggiorno obbligato imposto a numerosi boss in comuni del Centro-Nord. Dagli anni Settanta Milano divenne una base per i sequestri e per il traffico di droga. Oggi la ’Ndrangheta è radicata in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Valle d’Aosta e Lazio, dove ha riprodotto la struttura dei locali calabresi.
Lombardia ed Emilia-Romagna
L’operazione Infinito del 2010 ha documentato in Lombardia una quindicina di locali, da Milano a Legnano, da Pavia a Seregno. In Emilia-Romagna il processo «Aemilia», nato dall’operazione del 2015 contro le ramificazioni della cosca Grande Aracri di Cutro tra Reggio Emilia, Parma e Modena, è uno dei più grandi processi di mafia mai celebrati nel Nord Italia: nel 2022 la Cassazione ha confermato oltre settanta condanne della Corte d’Appello di Bologna.
Germania, Svizzera, Canada e Australia
All’estero la ’Ndrangheta è presente da decenni in Germania, Svizzera, Belgio, Paesi Bassi e Spagna, oltre che in Canada e in Australia, dove si sono stabiliti rami delle famiglie della costa ionica. In Canada e in Australia le prime strutture affiliate risalgono ai flussi migratori del Novecento (fatto documentato da indagini e studi).
La mappa della DIA
Nella relazione presentata al Parlamento nel maggio 2025, relativa all’attività del 2024, la Direzione investigativa antimafia ha censito almeno 48 locali di ’Ndrangheta nel Centro-Nord e ha segnalato che il 72% delle interdittive antimafia legate alla ’Ndrangheta ha riguardato imprese fuori dalla Calabria. La relazione descrive un’organizzazione che riproduce al Nord la propria struttura ma continua a considerare la Calabria la fonte di legittimazione delle scelte strategiche, e che collabora con clan di Cosa Nostra e della camorra, come emerso nell’inchiesta «Hydra» a Milano.
Da San Luca a Duisburg: faide e grandi operazioni (1991–2023)
La faida di San Luca
San Luca, piccolo comune ai piedi dell’Aspromonte nel cui territorio sorge il santuario di Polsi, è considerato la «mamma» della ’Ndrangheta. Qui hanno sede famiglie storiche come i Nirta: Giuseppe Nirta, esponente di vertice dell’organizzazione, fu ucciso il 19 marzo 1995 nella sua casa di Bianco. Nel febbraio 1991, durante il carnevale, una lite tra giovani diede origine a una faida tra le famiglie Nirta-Strangio e Pelle-Vottari, che produsse una lunga serie di omicidi. Il giorno di Natale del 2006 fu uccisa Maria Strangio, moglie di Giovanni Luca Nirta, che era il vero obiettivo dell’agguato.
La strage di Duisburg (15 agosto 2007)
La notte di Ferragosto del 2007, davanti al ristorante «Da Bruno» di Duisburg, in Germania, sei uomini di origine calabrese, il più giovane di sedici anni, furono uccisi a colpi d’arma da fuoco. La strage fu la risposta all’omicidio di Natale e rivelò all’opinione pubblica europea la presenza della ’Ndrangheta in Germania. Nel luglio 2011 la Corte d’Assise di Locri condannò all’ergastolo otto imputati. Nel maggio 2016 la Cassazione ha reso definitivi gli ergastoli per Giovanni Strangio, ritenuto uno degli esecutori, e per altri esponenti del gruppo Nirta-Strangio, rinviando alcune posizioni a un nuovo giudizio d’appello (sentenze definitive).
Le operazioni Crimine e Infinito (2010)
Il 13 luglio 2010 le direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e di Milano eseguirono circa trecento arresti nelle operazioni coordinate «Crimine» e «Infinito». Le indagini avevano documentato, anche con riprese video, le riunioni del 2009 a Polsi e nel circolo intitolato a Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano, dove i capi lombardi si incontrarono dopo l’omicidio di Carmelo Novella, ucciso nel 2008 perché voleva rendere i locali del Nord autonomi dalla Calabria. Domenico Oppedisano fu indicato come «capo crimine» eletto nel 2009. Le sentenze della Cassazione del 2014 (Infinito) e del 2016 (Crimine) hanno riconosciuto la struttura unitaria della ’Ndrangheta (sentenze definitive). Nello stesso 2010, con il decreto legge n. 4, la parola «’ndrangheta» entrò nel testo dell’articolo 416-bis del codice penale.
L’operazione Eureka (2023)
Il 3 maggio 2023 l’operazione Eureka, coordinata da Eurojust, ha portato a oltre 150 arresti e a perquisizioni in otto Paesi europei contro una rete legata alle famiglie Nirta-Strangio di San Luca e Morabito di Africo, accusata di aver movimentato tonnellate di cocaina tra Sud America ed Europa attraverso i porti di Gioia Tauro e Anversa (misure cautelari; i processi sono in corso).
Da Rinascita-Scott a oggi (2019–2026)
Il maxi-blitz del 2019
Il 19 dicembre 2019 la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, allora guidata da Nicola Gratteri, eseguì l’operazione Rinascita-Scott contro le cosche del Vibonese e in particolare contro il clan Mancuso di Limbadi: oltre trecento misure cautelari in Italia e all’estero. L’inchiesta coinvolgeva anche professionisti, amministratori pubblici e appartenenti alle forze dell’ordine.
Il rito ordinario: primo grado e appello
Il dibattimento si è svolto nell’aula bunker di Lamezia Terme, costruita appositamente. Il 20 novembre 2023 il Tribunale di Vibo Valentia ha pronunciato 207 condanne su 338 imputati; l’avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli è stato condannato a 11 anni per concorso esterno. Nel dicembre 2025 la Corte d’Appello di Catanzaro ha giudicato 215 imputati: 30 anni per Luigi Mancuso, 21 anni per Saverio Razionale, pena ridotta a 7 anni e 8 mesi per Pittelli, assoluzione per Pasquale Bonavota. La sentenza non è definitiva: alla data di questa pagina non risultano pronunce della Cassazione sul rito ordinario.
Il rito abbreviato: Cassazione e appello bis
Per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, la Cassazione si è pronunciata il 22 maggio 2025: ha confermato l’esistenza storica delle cosche vibonesi e reso definitive numerose condanne per associazione mafiosa, ma ha annullato alcune aggravanti e rinviato per la rideterminazione delle pene. Il 21 maggio 2026 la Corte d’Appello di Catanzaro ha ricalcolato le pene nell’appello bis, con condanne fino a 20 anni. Contro queste pene sono stati presentati ricorsi: l’udienza in Cassazione è fissata per il 24 novembre 2026. Per un altro gruppo di quindici imputati dell’abbreviato, le cui posizioni erano state annullate con rinvio, il nuovo giudizio d’appello è ancora in corso: la discussione delle difese è prevista per il 12 gennaio 2027.
Una mafia silente e imprenditoriale
Le relazioni più recenti della DIA descrivono una ’Ndrangheta che usa la violenza con parsimonia e preferisce la corruzione, l’impresa e il riciclaggio: appalti pubblici, rifiuti, sanità, energia e grandi opere. Gli investigatori hanno segnalato l’interesse dei clan per i lavori delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 e per il progetto del Ponte sullo Stretto. Nel luglio 2026 un’operazione antidroga contro la rete internazionale della cosca Alvaro ha portato a 35 arresti in diverse regioni (misure cautelari). A oltre un secolo dai processi alla picciotteria, la ’Ndrangheta resta la più ramificata delle mafie italiane.
Archivio – Storie e biografie collegate
Personaggi e vicende calabresi
Giustino De Vuono · 3 Riunioni mafiose
Rapporti con Cosa Nostra e camorra
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