Cosa Nostra
Storia della mafia siciliana dall'Ottocento a oggi
Cosa Nostra è l'organizzazione mafiosa nata in Sicilia occidentale e strutturata in "famiglie" territoriali, raggruppate in mandamenti e coordinate da una commissione provinciale. Il nome con cui gli affiliati la chiamano divenne noto al grande pubblico solo negli anni Ottanta, grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta: fino ad allora si parlava semplicemente di "mafia".
Questa pagina ne ripercorre la storia in ordine cronologico, dalle prime fonti ottocentesche alle inchieste più recenti. Per ogni fase distinguiamo ciò che è documentato o accertato da sentenze definitive da ciò che resta testimonianza, ipotesi investigativa o interpretazione storica. In fondo alla pagina trovi l'archivio completo delle biografie e delle vicende raccontate su Italia Mistero.
Le origini della mafia siciliana nell’Ottocento
Le prime fonti ufficiali
Il fenomeno è descritto prima ancora di avere un nome. Nel 1838 il procuratore del re a Trapani, Pietro Calà Ulloa, segnalava a Napoli l’esistenza di "unioni o fratellanze", piccoli governi nel governo che proteggevano i propri membri e condizionavano funzionari e giudici. Nel 1863 la commedia dialettale I mafiusi di la Vicaria, ambientata nel carcere di Palermo, rese popolare la parola. Due anni dopo, nel 1865, un rapporto del prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio usò per la prima volta in un documento ufficiale il termine "maffia" per indicare un’associazione criminale.
Buona parte della storiografia concorda su un punto: la mafia non è un residuo feudale, ma un fenomeno moderno, cresciuto con la fine del feudalesimo, l’unificazione italiana e lo sviluppo di un mercato agricolo — agrumeti della Conca d’Oro in testa — che richiedeva protezione e mediazione.
Il delitto Notarbartolo
Il primo grande "caso" è l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo ed ex direttore del Banco di Sicilia, ucciso in treno il 1° febbraio 1893. Come mandante fu processato il deputato Raffaele Palizzolo: condannato a Bologna nel 1902, fu assolto in via definitiva a Firenze nel 1904. Il caso mostrò per la prima volta all’Italia intera il legame tra delitto, finanza e rappresentanza politica.
Mafia, latifondo e potere locale
Gabellotti e campieri
Nell’interno dell’isola il potere mafioso si radicò nel latifondo. I grandi proprietari, spesso residenti in città, affittavano le terre ai gabellotti, che le gestivano con l’aiuto dei campieri, guardiani armati. Da questa posizione di intermediari tra proprietari, contadini e autorità nacquero molte famiglie mafiose: controllavano il lavoro, l’accesso alla terra, l’acqua e la sicurezza, e offrivano ai notabili consenso elettorale in cambio di tolleranza.
L’inchiesta Franchetti-Sonnino
Nel 1876 Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino pubblicarono un’inchiesta privata sulle condizioni della Sicilia che descriveva la violenza come una vera "industria" al servizio di interessi economici, e la debolezza dello Stato come sua condizione. Negli stessi anni la repressione dei Fasci siciliani (1891–1894), il movimento dei lavoratori agricoli e delle zolfare, rafforzò il ruolo dei mafiosi come garanti dell’ordine agrario.
La repressione fascista e il prefetto Cesare Mori
L’assedio di Gangi
Nell’ottobre 1925 Mussolini nominò prefetto di Palermo Cesare Mori, con poteri straordinari su tutta l’isola. Il "prefetto di ferro" guidò retate di massa: la più nota fu l’assedio di Gangi, nel gennaio 1926, quando il paese delle Madonie fu circondato finché latitanti e banditi non si consegnarono. Seguirono migliaia di arresti e grandi processi collettivi.
I limiti dell’operazione
Nel 1929 Mori fu collocato a riposo e il regime dichiarò la mafia sconfitta. La repressione colpì soprattutto la manovalanza e i ceti più deboli, mentre i rapporti con proprietari e notabili furono toccati solo in parte; diversi mafiosi emigrarono negli Stati Uniti. Gli studi più recenti, come quelli di Salvatore Lupo, sottolineano che l’organizzazione non scomparve e che fu pronta a riemergere al crollo del regime.
La Seconda guerra mondiale e il dopoguerra
Lo sbarco del 1943 tra documenti e leggenda
Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia (operazione Husky). Che la mafia abbia avuto un ruolo nello sbarco è una delle tesi più diffuse e più discusse della storia italiana. Conviene separare i piani.
Ciò che è documentato. Negli Stati Uniti la Marina collaborò con ambienti della malavita per la sicurezza del porto di New York (la cosiddetta "operazione Underworld"), e Lucky Luciano, detenuto, fu coinvolto in quei contatti: a guerra finita la sua pena fu commutata ed egli fu espulso in Italia nel 1946. In Sicilia il governo militare alleato (AMGOT) nominò in diversi comuni sindaci e funzionari scelti tra notabili antifascisti, tra cui figure legate alla mafia come Calogero Vizzini a Villalba. Il rapporto dell’ufficiale americano William E. Scotten del 29 ottobre 1943, The problem of mafia in Sicily, documenta che le autorità alleate conoscevano il fenomeno e ne discutevano la tolleranza.
Ciò che resta controverso. Il racconto di un accordo preventivo tra servizi americani, Luciano e la mafia siciliana per facilitare l’avanzata — con i foulard con la "L" lanciati dagli aerei e il ruolo decisivo di Vizzini — nasce dagli scritti di Michele Pantaleone (1962) e fu accolto nella relazione della Commissione parlamentare antimafia del 1976. Lo storico Salvatore Lupo, nel saggio Il mito del grande complotto (2023), sostiene sulla base delle fonti d’archivio che quell’accordo non è dimostrato, pur riconoscendo la tolleranza americana verso il sistema mafioso prima e dopo lo sbarco.
Separatismo, banditismo e Portella della Ginestra
Nel dopoguerra diversi esponenti mafiosi si avvicinarono al Movimento indipendentista siciliano, per poi spostarsi verso i partiti di governo. Il 1° maggio 1947 la banda di Salvatore Giuliano sparò sulla folla riunita a Portella della Ginestra per la festa del lavoro, uccidendo undici persone. Giuliano fu ucciso nel 1950 e il suo luogotenente Gaspare Pisciotta morì avvelenato nel carcere dell’Ucciardone nel 1954: sui mandanti politici della strage restano interrogativi mai chiariti in sede giudiziaria.
Il "sacco di Palermo"
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l’espansione edilizia di Palermo, con Salvo Lima sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici, distrusse ville liberty e agrumeti della Conca d’Oro. L’edilizia e gli appalti divennero il nuovo terreno della mafia urbana, accanto ai mercati all’ingrosso e al contrabbando di tabacchi.
I rapporti con la mafia americana
Emigrazione e Mano Nera
Tra Otto e Novecento l’emigrazione portò negli Stati Uniti anche uomini d’onore. A New York il poliziotto Joe Petrosino indagava sulle estorsioni della "Mano Nera" e fu ucciso a Palermo il 12 marzo 1909; tra i sospettati vi fu Vito Cascio Ferro, che non fu mai condannato per quel delitto. Le due organizzazioni restarono distinte ma collegate da parentele, affari e traffici.
Il vertice dell’Hotel delle Palme (1957)
Nell’ottobre 1957 l’Hotel delle Palme di Palermo ospitò una serie di incontri tra mafiosi siciliani e americani, tra cui Joseph Bonanno. Secondo il racconto di Buscetta e le ricostruzioni investigative successive, si parlò di traffico di stupefacenti e, su suggerimento americano, della creazione di una commissione che regolasse i rapporti tra le famiglie palermitane.
Dalla French Connection alla Pizza Connection
Negli anni Sessanta e Settanta Cosa Nostra entrò nel traffico internazionale di eroina, prima come intermediaria della "French Connection" marsigliese, poi raffinando direttamente la morfina base in Sicilia. Il processo statunitense noto come "Pizza Connection" (1985–1987), sulla distribuzione di eroina attraverso pizzerie, si concluse con la condanna di Gaetano Badalamenti a 45 anni di reclusione.
La Commissione provinciale e le trasformazioni organizzative
Famiglie, mandamenti e Cupola
L’unità di base è la famiglia, legata a un territorio e guidata da un rappresentante, con capidecina e soldati. Tre o più famiglie contigue formano un mandamento, il cui capo siede nella commissione provinciale, chiamata giornalisticamente "Cupola". Negli anni Settanta nacque anche una commissione regionale per coordinare le diverse province.
Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, a partire da Buscetta, l’ingresso nell’organizzazione avveniva con un rito di affiliazione: il nuovo "uomo d’onore" si pungeva un dito e lasciava bruciare tra le mani un’immagine sacra macchiata del proprio sangue, giurando fedeltà. Le regole interne — non parlare con le forze dell’ordine, non toccare le donne degli altri affiliati, rispondere al proprio rappresentante — erano spesso violate proprio dai capi, ma servivano a dare all’organizzazione un’identità e una disciplina.
Dal triumvirato alla Commissione di Michele Greco
Dopo la prima guerra di mafia la commissione fu sciolta. Nel 1970 la riorganizzazione fu affidata a un triumvirato composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, spesso rappresentato da Totò Riina. Ricostituita la commissione, Badalamenti ne fu a capo finché, nel 1978, non venne espulso: gli subentrò Michele Greco, detto "il Papa", in una commissione in cui i Corleonesi e i loro alleati diventavano maggioranza.
La prima guerra di mafia
La strage di Ciaculli
All’inizio degli anni Sessanta lo scontro tra la famiglia di Angelo La Barbera e quella dei Greco di Ciaculli, nato secondo le ricostruzioni da una partita di eroina, degenerò in una serie di omicidi. Il 30 giugno 1963 un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo, destinata ai Greco, esplose a Ciaculli uccidendo sette uomini tra carabinieri, poliziotti e militari dell’esercito che tentavano di disinnescarla. Fu la svolta: lo Stato reagì con migliaia di arresti e la commissione mafiosa si sciolse.
Dai processi di Catanzaro e Bari alla strage di viale Lazio
Nel 1963 si insediò la prima Commissione parlamentare antimafia, istituita con la legge del 20 dicembre 1962. I grandi processi che seguirono, a Catanzaro (1968) e a Bari (1969), si chiusero però con molte assoluzioni, tra cui quelle di Liggio e Riina a Bari. Il 10 dicembre 1969, nella strage di viale Lazio a Palermo, un commando di cui faceva parte anche Bernardo Provenzano uccise Michele Cavataio, ritenuto uno degli artefici della guerra.
L’ascesa dei Corleonesi e la seconda guerra di mafia
Da Navarra a Liggio e Riina
A Corleone il medico Michele Navarra dominava la famiglia mafiosa locale finché, il 2 agosto 1958, fu ucciso dal suo ex luogotenente Luciano Liggio. Con Liggio crebbero Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Arrestato nel 1974, Liggio continuò a pesare dal carcere, ma la guida operativa passò a Riina, latitante dal 1969.
Gli omicidi eccellenti
Alla fine degli anni Settanta i Corleonesi colpirono uomini delle istituzioni: il capo della squadra mobile Boris Giuliano (1979), il giudice Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980). Seguirono il segretario regionale del PCI Pio La Torre (30 aprile 1982), il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo (3 settembre 1982) e il consigliere istruttore Rocco Chinnici (29 luglio 1983). Dopo l’omicidio Dalla Chiesa fu approvata la legge Rognoni-La Torre, che introdusse il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis) e la confisca dei patrimoni.
La mattanza (1981–1983)
Il 23 aprile 1981 fu ucciso Stefano Bontate, l’11 maggio Salvatore Inzerillo. Iniziò la seconda guerra di mafia, in realtà uno sterminio: i Corleonesi e i loro alleati eliminarono centinaia di affiliati delle famiglie avversarie, spesso con la "lupara bianca", e colpirono anche i loro parenti. Molti sopravvissuti, gli "scappati", fuggirono negli Stati Uniti. Alla fine Riina controllava la commissione.
Politica, economia e apparati dello Stato
Il rapporto tra Cosa Nostra e il potere è il terreno in cui è più necessario distinguere i fatti accertati dalle ipotesi.
Fatti accertati in sede giudiziaria
- Giulio Andreotti. Assolto in primo grado nel 1999, nel processo di Palermo la Corte d’appello (2 maggio 2003) ha ritenuto commesso fino alla primavera del 1980 il reato di associazione per delinquere con esponenti di Cosa Nostra, dichiarandolo però estinto per prescrizione, e lo ha assolto per il periodo successivo. La Cassazione ha confermato la sentenza il 15 ottobre 2004. Nel distinto processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, Andreotti è stato assolto in via definitiva nel 2003.
- Marcello Dell’Utri. Il 9 maggio 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per aver fatto da tramite tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi tra il 1974 e il 1992.
- Michele Sindona. Il banchiere, legato agli interessi finanziari di famiglie mafiose, fu condannato all’ergastolo nel 1986 come mandante dell’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli e morì pochi giorni dopo, avvelenato in carcere.
La trattativa Stato-mafia
Il processo sulla cosiddetta trattativa riguardava i contatti tra ufficiali del ROS dei carabinieri e Vito Ciancimino nel 1992 e le pressioni mafiose sui governi successivi. In primo grado (2018) la Corte d’Assise di Palermo condannò ufficiali, politici e boss per minaccia a un corpo politico dello Stato. In appello (2021) gli ufficiali furono assolti perché "il fatto non costituisce reato" e Dell’Utri "per non aver commesso il fatto". Il 27 aprile 2023 la Cassazione ha assolto in via definitiva gli ex ufficiali Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno "per non aver commesso il fatto", ha confermato l’assoluzione di Dell’Utri e, riqualificato il reato in tentata minaccia, ha dichiarato la prescrizione per il boss Leoluca Bagarella e il medico Antonino Cinà. Sul piano giudiziario la "trattativa" come reato non esiste; il dibattito storico sui contatti del 1992–1993 resta aperto.
Ipotesi e questioni aperte
Dopo il fallito attentato dell’Addaura (giugno 1989) Giovanni Falcone parlò di "menti raffinatissime". Da allora molte inchieste hanno esplorato possibili concorsi esterni di apparati deviati, logge massoniche e ambienti politici nelle stragi. Per le stragi del 1993 la Procura di Firenze ha indagato più volte Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti: con decreto del 15 gennaio 2026 il gip ha disposto una nuova archiviazione, la sesta, ritenendo mancanti elementi concreti. Queste piste restano ipotesi investigative, non fatti accertati.
Il maxiprocesso e i collaboratori di giustizia
Buscetta e il "teorema"
Arrestato in Brasile nell’ottobre 1983 ed estradato in Italia nel 1984, Tommaso Buscetta iniziò a collaborare con Giovanni Falcone nel luglio 1984. Descrisse Cosa Nostra come un’organizzazione unitaria e gerarchica, governata da una commissione: è il cosiddetto "teorema Buscetta". Le sue dichiarazioni, seguite da quelle di Salvatore Contorno, portarono al "blitz di San Michele" del 29 settembre 1984 e furono il fondamento dell’istruttoria del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, con Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Dall’aula bunker alla Cassazione
Il maxiprocesso si aprì il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker costruita accanto all’Ucciardone, con oltre 470 imputati. La sentenza di primo grado, il 16 dicembre 1987, inflisse 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere complessivi, con 114 assoluzioni. L’appello del 1990 ridimensionò le condanne, ma il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò l’impianto accusatorio: per la prima volta l’esistenza e la struttura di Cosa Nostra erano riconosciute da una sentenza definitiva. Nel 1991 una legge organica disciplinò la protezione dei collaboratori di giustizia; negli anni seguenti scelsero di collaborare, tra gli altri, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo.
Le stragi del 1992–1993
Capaci e via D’Amelio
La risposta di Riina alla sentenza fu la guerra allo Stato. Il 12 marzo 1992 fu ucciso l’eurodeputato Salvo Lima. Il 23 maggio, sull’autostrada presso Capaci, un’esplosione uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Il 19 luglio, in via D’Amelio a Palermo, un’autobomba uccise Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Lo Stato rispose con il carcere duro (art. 41-bis), l’invio dell’esercito in Sicilia e, il 15 gennaio 1993, con l’arresto di Riina dopo 23 anni di latitanza.
Le bombe in continente
Nel 1993 Cosa Nostra colpì fuori dalla Sicilia: via Fauro a Roma (14 maggio, attentato a Maurizio Costanzo, senza vittime), via dei Georgofili a Firenze (notte del 27 maggio, cinque morti), via Palestro a Milano (27 luglio, cinque morti) e, nella stessa notte, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Il 15 settembre 1993 fu ucciso a Brancaccio don Pino Puglisi. I fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, capi del mandamento di Brancaccio, furono arrestati a Milano nel gennaio 1994.
Le indagini successive
I processi celebrati a Caltanissetta e a Firenze hanno condannato all’ergastolo i vertici della commissione e gli esecutori delle stragi; a Firenze furono condannati, tra gli altri, Bernardo Provenzano (1998), Riina e Giuseppe Graviano (2000). Sulla strage di via D’Amelio pesa il depistaggio costruito sulle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, smascherato dalla collaborazione di Gaspare Spatuzza dal 2008. Il 16 settembre 2026 la Cassazione ha confermato la prescrizione per i tre poliziotti accusati di concorso in calunnia, confermando al tempo stesso la ricostruzione dei giudici: il depistaggio ci fu. Restano aperte le domande sui mandanti esterni e sulla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino.
Cosa Nostra dagli anni Novanta a oggi
La strategia della sommersione
Dopo l’arresto di Riina la guida passò a Bernardo Provenzano, che abbandonò lo scontro frontale e scelse la "sommersione": meno omicidi, più affari, appalti e controllo silenzioso del territorio, comunicando con i "pizzini". Provenzano fu arrestato l’11 aprile 2006 vicino a Corleone, dopo 43 anni di latitanza. Riina morì in carcere il 17 novembre 2017.
Gli ultimi latitanti e la nuova Cupola
Nel dicembre 2018 l’operazione "Cupola 2.0" dei carabinieri documentò il tentativo di ricostituire la commissione provinciale di Palermo. Nel 2021 Giovanni Brusca, esecutore materiale della strage di Capaci e collaboratore di giustizia, tornò libero a fine pena. Il 16 gennaio 2023 i carabinieri arrestarono a Palermo Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, che morì il 25 settembre dello stesso anno.
Patrimoni e riciclaggio
Oggi Cosa Nostra è meno visibile ma non scomparsa. Le indagini mostrano il ritorno in Sicilia di famiglie "scappate" durante la seconda guerra di mafia, come gli Inzerillo, e l’investimento dei capitali illeciti in settori legali: grande distribuzione, energie rinnovabili, edilizia. Sequestri e confische di beni restano lo strumento principale per colpirne la forza economica: dal 1996 una legge nata da una raccolta di firme promossa dall’associazione Libera consente di destinare a uso sociale i beni confiscati ai mafiosi.
Storie e biografie collegate
Capimafia e uomini d’onore
Dalle origini al dopoguerra: Don Vito Cascio Ferro · Calogero Vizzini · Genco Russo · Michele Navarra
Le famiglie palermitane: Angelo La Barbera · Gaetano Badalamenti · Stefano Bontate · Salvatore Inzerillo · Rosario Riccobono · Pippo Calò
I Corleonesi e i loro alleati: Luciano Liggio · Salvatore Riina (Gli inizi di Salvatore Riina · La strage di viale Lazio e Ninetta · Iniziano gli omicidi · Dal caso Mattarella alla seconda guerra di mafia) · Antonino Madonia · Nitto Santapaola · Fratelli Graviano · Matteo Messina Denaro
Reti e alleanze esterne: Frank Coppola · Don Agostino Coppola · Michele Zaza · Koh Bak Kin
Collaboratori di giustizia
Tommaso Buscetta · Francesco Marino Mannoia · Gaspare Mutolo · Giovanni Brusca
Magistrati e servitori dello Stato
Rocco Chinnici · Paolo Borsellino · Carlo Alberto Dalla Chiesa · Giorgio Ambrosoli
Guerre di mafia, processi e vicende storiche
Lo sbarco in Sicilia e la mafia · 3 Riunioni mafiose · Prima guerra di mafia · Michele Cavataio e la strage di viale Lazio · Processi di mafia
Pagine collegate in altre sezioni
Mafie · Mafia Americana · Lucky Luciano · Camorra · ’Ndrangheta · Michele Sindona · Mino Pecorelli · Gladio · Francis Turatello · Antonio Spavone

