Mino Pecorelli 

Chi ha ucciso Mino Pecorelli? Tra Mafia, P2 e potere politico – Il mistero di un delitto di Stato | Italia Mistero

Mino Pecorelli è uno dei nomi più ricorrenti quando si parla dei misteri della storia italiana degli anni Settanta. Giornalista d'inchiesta, fondatore e direttore dell'agenzia OP, fu ucciso a Roma il 20 marzo 1979 in circostanze che, a distanza di oltre quarant'anni, restano prive di una spiegazione giudiziaria definitiva. Il suo omicidio si intreccia con alcuni dei capitoli più oscuri della Prima Repubblica: la P2 di Licio Gelli, il caso Moro, i rapporti tra politica e Cosa Nostra, l'universo della Banda della Magliana. Questa pagina ricostruisce chi fu Pecorelli, cosa pubblicò, come si svolse l'omicidio e a che punto sono arrivate, e si sono fermate, giustizia e ricerca storica.

Chi era Mino Pecorelli

Carmine Pecorelli, conosciuto come Mino, nacque nel 1928 a Sessano del Molise, in provincia di Isernia. Ancora adolescente, durante la Seconda guerra mondiale, si arruolò nel Corpo polacco e prese parte a diverse azioni belliche, tra cui la battaglia di Montecassino, ricevendo la Croce al merito con le spade di bronzo. Nel dopoguerra si laureò in giurisprudenza a Palermo e si trasferì a Roma, dove esercitò per alcuni anni come avvocato specializzato in diritto fallimentare.

Negli anni Sessanta fu vicino ad ambienti della Democrazia Cristiana, lavorando anche come capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo. Da questa posizione di osservatore del Palazzo maturò, nella seconda metà del decennio, la scelta di dedicarsi al giornalismo. Collaborò con il periodico Nuovo Mondo d'Oggi fino alla sua chiusura, nel 1968, per poi fondare, quello stesso anno, la propria testata.

Mino Pecorelli


OP, l'Osservatore Politico di Pecorelli

Nel 1968 Pecorelli fondò a Roma l'agenzia di stampa Osservatore Politico, nota con la sigla OP. Nella sua prima fase OP era un bollettino a diffusione limitata, dedicato a scandali, retroscena politici e vicende giudiziarie che la stampa ordinaria non trattava. Gli articoli, quasi sempre non firmati per tutelare le fonti, si basavano su un fitto reticolo di contatti nei palazzi del potere, nei servizi di sicurezza e negli ambienti militari.

Copertina di OP - Osservatore Politico
Copertina di OP - Osservatore Politico


Nel marzo 1978 Pecorelli trasformò OP da agenzia in periodico settimanale, distribuito in edicola e per abbonamento. Fu in questa fase, tra il 1978 e il 1979, che la rivista pubblicò alcuni dei suoi scoop più noti, comprese rivelazioni legate al sequestro di Aldo Moro e alla presunta esistenza di una loggia massonica interna al Vaticano. Il nome di Pecorelli comparve inoltre, dopo la sua morte, nell'elenco degli iscritti alla P2 di Licio Gelli, un'appartenenza che resta uno degli elementi più discussi nella ricostruzione del suo omicidio.

L'omicidio del 20 marzo 1979

La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu ucciso in via Orazio, nel quartiere Prati di Roma, a pochi passi dalla redazione di OP, mentre si trovava a bordo della propria automobile. Il killer esplose contro di lui quattro colpi calibro 7,65, con munizioni Gevelot, poco diffuse.

Munizioni dello stesso tipo furono successivamente rinvenute, nel 1981, in un arsenale riconducibile ad ambienti della criminalità romana legati alla Banda della Magliana e alla destra eversiva. Questa coincidenza balistica non costituisce di per sé una prova dell'esecuzione materiale del delitto, ma alimentò una delle piste investigative seguite negli anni successivi, senza mai tradursi in un accertamento giudiziario definitivo su chi avesse materialmente premuto il grilletto né su mandato di chi.

Le indagini, gli imputati e il processo

Il procedimento penale per l'omicidio Pecorelli attraversò tre gradi di giudizio, con esiti profondamente diversi tra loro.

In primo grado, la Corte d'assise di Perugia pronunciò il 24 settembre 1999 l'assoluzione «per non aver commesso il fatto» per tutti gli imputati: tra questi il senatore a vita Giulio Andreotti, il boss mafioso Gaetano Badalamenti, l'ex ministro Claudio Vitalone, l'esponente mafioso Pippo Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.

Il 17 novembre 2002 la Corte d'assise d'appello di Perugia ribaltò parzialmente il verdetto, condannando Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione in qualità di mandanti dell'omicidio, mentre confermava l'assoluzione di Vitalone, Calò, La Barbera e degli altri imputati accusati come possibili esecutori materiali. Quella condanna, tuttavia, non costituì l'esito definitivo del processo.

Il 30 ottobre 2003 le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione decisero di annullare senza rinvio la condanna d'appello; la sentenza (n. 45276) fu poi depositata, con le motivazioni, il 24 novembre 2003. Secondo la Suprema Corte, gli elementi a carico di Andreotti erano privi di sufficiente supporto probatorio e non superavano la soglia dell'accertamento oltre ogni ragionevole dubbio. La Cassazione confermò così, in via definitiva, l'assoluzione di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, così come restò definitiva quella già acquisita da Vitalone, Calò e La Barbera. A oggi, dunque, nessuno è stato condannato in via definitiva per l'omicidio di Mino Pecorelli, né come mandante né come esecutore.

Mafia, P2, servizi segreti e Banda della Magliana: le piste

Attorno all'omicidio Pecorelli si sono intrecciate, nel corso dei decenni, diverse piste investigative, che è utile distinguere per grado di solidità.

Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta riferì di aver appreso da Stefano Bontate e da Gaetano Badalamenti che l'omicidio sarebbe stato compiuto nell'interesse del senatore Giulio Andreotti, minacciato da documenti scottanti in possesso di Pecorelli. Nel corso del processo, tuttavia, lo stesso Buscetta precisò che non vi fu un mandato specifico e definì quella ricostruzione una propria deduzione: si tratta dunque di una dichiarazione di un collaboratore di giustizia, poi ridimensionata dallo stesso dichiarante, non di un fatto accertato, come conferma l'esito assolutorio del processo.

Sul fronte della Banda della Magliana, alcuni pentiti indicarono in Massimo Carminati l'esecutore materiale, su mandato di Pippo Calò; altre dichiarazioni di collaboratori chiamarono in causa anche Enrico De Pedis e Danilo Abbruciati. Anche in questo caso si tratta di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, non di responsabilità accertate in sede giudiziaria.

Un'altra direzione riguarda l'estrema destra eversiva, i Nuclei Armati Rivoluzionari e l'ambiente dei servizi segreti: Walter Sordi, ex militante dei NAR divenuto collaboratore di giustizia, ha più volte riferito di contatti diretti tra Valerio Fioravanti e Licio Gelli; alcune ricostruzioni giornalistiche hanno collegato questi contatti anche alla pista Pecorelli, un'ipotesi investigativa che non ha mai trovato un riscontro giudiziario definitivo.

Va precisato che i titoli dei video legati a queste ricostruzioni riflettono ipotesi e dichiarazioni di singoli testimoni o collaboratori di giustizia, non fatti accertati in sede giudiziaria definitiva: nessuna di queste piste ha portato, a oggi, a una condanna passata in giudicato. Resta sullo sfondo anche il tema del rapporto tra Pecorelli e il caso Moro, di cui OP pubblicò rivelazioni ancora oggi discusse dagli storici.

Un delitto ancora irrisolto

A più di quarant'anni di distanza, l'omicidio di Mino Pecorelli resta senza responsabili condannati in via definitiva dalla giustizia italiana. Nel corso dei decenni sono state percorse numerose piste — la mafia siciliana, la Banda della Magliana, la P2, l'estrema destra eversiva — sostenute da dichiarazioni di collaboratori di giustizia e da elementi investigativi parziali, ma nessuna di esse ha prodotto una verità giudiziaria definitiva sui responsabili.

Storie e biografie collegate

Mino Pecorelli  foto