Danilo Abbruciati
Er Camaleonte
Danilo Abbruciati (1944-1982), detto «Er Camaleonte», fu uno dei protagonisti della Banda della Magliana. Rapinatore romano con lunghi trascorsi in carcere, entrò nel gruppo alla fine degli anni Settanta e divenne una figura di riferimento del nucleo di Testaccio, accanto a Enrico De Pedis. Le fonti gli attribuiscono relazioni con la malavita milanese e con ambienti mafiosi e affaristici, rapporti noti però soprattutto attraverso indagini e dichiarazioni di collaboratori. Il 27 aprile 1982, a Milano, sparò al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, ferendolo alle gambe, e durante la fuga fu ucciso da una guardia giurata. Mandanti e movente dell'attentato non sono mai stati accertati in via definitiva.
Le origini e il soprannome
Danilo Abbruciati nacque a Roma nel 1944. Era figlio di Otello Abbruciati, pugile che fu campione italiano, e da ragazzo provò anch'egli la strada del ring, senza però proseguire.
Cresciuto tra il quartiere Trionfale e Primavalle, secondo le ricostruzioni biografiche si avvicinò presto alla piccola criminalità romana, in anni in cui in città si moltiplicavano le bande di rapinatori.
Il soprannome «Er Camaleonte», con cui è passato alla storia della Banda della Magliana, è riportato concordemente dalle fonti. Secondo alcune ricostruzioni deriverebbe dalla cosiddetta banda dei Camaleonti, un gruppo di rapinatori attivo a Roma a metà degli anni Sessanta di cui Abbruciati fece parte: una spiegazione diffusa, ma non documentata da atti ufficiali.
I primi reati e il carcere
A metà degli anni Sessanta Abbruciati fu coinvolto in una serie di rapine e furti in abitazioni dei quartieri benestanti della capitale. Secondo le fonti biografiche, la prima condanna gli costò alcuni anni di carcere.
Negli anni successivi alternò periodi di libertà e di detenzione, accumulando altri precedenti. Per lui, come per molti futuri membri della Banda, il carcere divenne un luogo in cui stringere relazioni destinate a durare.
In questo contesto maturarono anche i contatti con figure della criminalità di altre città, che lo avrebbero distinto da molti altri protagonisti della malavita romana: una rete di conoscenze più ampia del quartiere, che in seguito mise al servizio dei propri affari.
Turatello e i Marsigliesi
Durante una detenzione a Milano Abbruciati conobbe Francis Turatello, il boss della mala milanese noto come «Faccia d'angelo». Secondo le ricostruzioni, tra i due nacque un rapporto di amicizia che Abbruciati avrebbe poi sfruttato per allargare i propri contatti nel Nord Italia.
Negli anni Settanta frequentò anche gli ambienti del cosiddetto clan dei Marsigliesi, il gruppo guidato da Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Bellicini, attivo a Roma tra rapine, sequestri di persona e bische clandestine.
La natura esatta del suo ruolo accanto ai Marsigliesi non è descritta in modo uniforme dalle fonti. Le ricostruzioni concordano però su un punto: Abbruciati arrivò alla Magliana con un'esperienza criminale e relazioni che molti dei giovani fondatori del gruppo non avevano.
L'ingresso nella Banda della Magliana
La Banda della Magliana prese forma tra il 1977 e il 1978 attorno a Franco Giuseppucci, detto «Er Negro», e a gruppi di diverse zone di Roma, uniti dall'obiettivo di controllare il traffico di stupefacenti, le scommesse clandestine e altri affari illeciti della capitale.
Abbruciati, tornato in libertà all'inizio del 1979 dopo un nuovo periodo di detenzione, si legò al gruppo attraverso le frequentazioni con i romani del quartiere Testaccio. Secondo le ricostruzioni giornalistiche e le dichiarazioni dei collaboratori, mantenne però sempre una certa autonomia rispetto alla struttura della Banda.
Nei racconti dei collaboratori di giustizia, a partire da Maurizio Abbatino e Antonio Mancini, Abbruciati compare come una figura di primo piano: un uomo di esperienza, con un forte ascendente sugli altri e con relazioni che andavano oltre il perimetro della criminalità romana.
Il gruppo di Testaccio ed Enrico De Pedis
All'interno della Banda, Abbruciati è associato al cosiddetto gruppo dei «testaccini», di cui facevano parte tra gli altri Enrico De Pedis e Raffaele Pernasetti. Era una componente con una propria fisionomia, più orientata al reinvestimento dei profitti e ai rapporti con ambienti esterni.
Dopo l'uccisione di Franco Giuseppucci, il 13 settembre 1980, gli equilibri interni cambiarono e i testaccini acquisirono un peso crescente. Le dichiarazioni dei collaboratori descrivono Abbruciati e De Pedis come due dei punti di riferimento di questa fase.
Proprio la differenza di metodi e di interessi tra i testaccini e gli altri gruppi, emersa con chiarezza negli anni successivi, viene indicata da molte ricostruzioni come una delle origini delle tensioni che avrebbero segnato la storia della Magliana.
Droga, scommesse e riciclaggio
Le principali fonti di guadagno della Banda della Magliana furono il traffico di stupefacenti, le scommesse clandestine, in particolare sulle corse dei cavalli, l'usura e il riciclaggio dei proventi. Abbruciati partecipò a queste attività insieme al gruppo di Testaccio.
Secondo le ricostruzioni, una parte del suo ruolo consisteva nel garantire canali di approvvigionamento della droga e nel reinvestire i profitti. La sua compagna di quegli anni, Fabiola Moretti, che in seguito ha reso dichiarazioni ai magistrati, ha descritto dall'interno questo mondo.
Le stesse fonti riferiscono di investimenti in attività commerciali e immobiliari e di rapporti con ambienti dell'estremismo nero romano, in particolare con Massimo Carminati, per il riciclaggio del denaro proveniente da rapine. Sono circostanze emerse soprattutto da dichiarazioni di collaboratori e da ricostruzioni investigative.
Calò, Cosa Nostra e il mondo degli affari
Uno degli aspetti più discussi è il presunto legame tra Abbruciati e Pippo Calò, esponente di Cosa Nostra che a Roma viveva sotto falsa identità e si occupava di investimenti e riciclaggio. Diverse ricostruzioni indicano Abbruciati come uno dei tramiti tra la Banda e ambienti mafiosi.
Questi rapporti non hanno però trovato una conferma univoca in sede giudiziaria. Nel processo di Perugia per l'omicidio di Mino Pecorelli, ad esempio, i giudici di primo grado ritennero che non fossero emersi rapporti tra Abbruciati e Calò tali da sostenere l'accusa nei confronti di quest'ultimo.
Abbruciati è collegato anche a Ernesto Diotallevi, figura vicina alla Banda e al mondo degli affari, e, secondo diverse ricostruzioni, a investimenti immobiliari in Sardegna che coinvolgevano il faccendiere Flavio Carboni. Su questi intrecci tra criminalità e finanza le fonti propongono letture diverse, spesso basate su elementi indiretti.
Le accuse dei collaboratori
Gran parte di ciò che si sa del ruolo di Abbruciati nei delitti della Banda proviene da dichiarazioni rese anni dopo la sua morte. I collaboratori gli hanno attribuito la partecipazione a diversi omicidi, tra cui quello di Domenico Balducci, ucciso a Roma nell'ottobre 1981.
Abbatino, Mancini e Fabiola Moretti lo chiamarono in causa anche per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto il 20 marzo 1979, indicandolo come uno degli organizzatori. Nel processo di Perugia le loro versioni furono esaminate, ma il procedimento si concluse definitivamente con l'assoluzione di tutti gli imputati.
Poiché Abbruciati morì nel 1982, nessuna di queste accuse è mai stata vagliata in un processo a suo carico. Si tratta quindi di dichiarazioni di collaboratori che, sul suo conto, non sono state verificate da una sentenza.
Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano
All'inizio degli anni Ottanta il Banco Ambrosiano, guidato da Roberto Calvi, era il principale istituto bancario privato italiano e si trovava al centro di inchieste e di gravi difficoltà finanziarie. Nel 1981 Calvi era stato arrestato per reati valutari e condannato in primo grado.
Intorno a Calvi si muovevano diversi intermediari, tra cui Flavio Carboni, che si presentava come consulente e procacciatore di contatti. Il vicepresidente dell'Ambrosiano, Roberto Rosone, è descritto dalle fonti come uno dei dirigenti più critici verso alcune operazioni della banca.
Secondo l'accusa nel processo per l'attentato, Rosone si era opposto a nuovi finanziamenti senza adeguate garanzie a società riconducibili a Carboni. È in questo contesto che si colloca l'agguato del 27 aprile 1982, anche se il legame tra la vicenda bancaria e la decisione di colpire Rosone non ha trovato una conferma giudiziaria definitiva.
L'attentato a Roberto Rosone
La mattina del 27 aprile 1982, in via Oldofredi a Milano, nei pressi della Stazione Centrale, Roberto Rosone fu affiancato da due uomini in moto. Il passeggero, Danilo Abbruciati, gli sparò e lo ferì alle gambe; secondo le ricostruzioni l'arma si inceppò, impedendogli di completare l'azione.
Una guardia giurata in servizio davanti a una filiale del Banco Ambrosiano reagì sparando contro gli attentatori in fuga. Abbruciati fu colpito a morte alla schiena, mentre il complice alla guida riuscì ad allontanarsi.
Il complice venne in seguito identificato in Bruno Nieddu, condannato a dieci anni e sei mesi per tentato omicidio. Secondo le ricostruzioni, addosso ad Abbruciati gli investigatori trovarono elementi utili a risalire ai suoi contatti, tra cui un recapito telefonico ricondotto all'ambiente di Ernesto Diotallevi.
Mandanti, processi e ipotesi
Le indagini sull'attentato portarono a processo Flavio Carboni ed Ernesto Diotallevi, indicati dall'accusa come mandante e come intermediario. Entrambi furono condannati in primo grado, ma l'iter giudiziario, segnato da assoluzioni, annullamenti in Cassazione e nuovi giudizi, si concluse con la loro assoluzione.
Il nome di Pippo Calò è stato accostato all'attentato da diverse ricostruzioni investigative e giornalistiche, ma non risulta una condanna a suo carico per questi fatti. Anche l'eventuale ruolo di Roberto Calvi, trovato morto a Londra il 18 giugno 1982, resta nel campo delle ipotesi.
Rimane aperta anche la domanda sul perché un esponente di rilievo della malavita romana si sia esposto personalmente in un agguato a Milano. Le ricostruzioni parlano di un favore, di un compenso o di un debito verso ambienti più potenti, ma nessuna di queste spiegazioni è stata accertata.
Cosa è accertato e cosa resta controverso
È accertato che Danilo Abbruciati fu uno dei protagonisti della criminalità romana tra gli anni Sessanta e l'inizio degli Ottanta, che fece parte degli ambienti della Banda della Magliana e che morì il 27 aprile 1982 a Milano, dopo aver sparato a Roberto Rosone.
Restano invece controversi i suoi rapporti con Cosa Nostra e con Pippo Calò, il suo ruolo negli intrecci tra criminalità e finanza legati al Banco Ambrosiano e l'identità dei mandanti dell'attentato. Su questi punti convivono atti giudiziari, dichiarazioni di collaboratori e ricostruzioni giornalistiche che non sempre coincidono.
La sua figura ha ispirato anche la narrativa: il personaggio di Nembo Kid in «Romanzo criminale» di Giancarlo De Cataldo, e nelle sue trasposizioni per il cinema e la televisione, richiama in parte la vicenda di Abbruciati, rielaborata liberamente come opera di finzione.
Storie e biografie collegate
- Enrico De Pedis
- Banda della Magliana
- Pippo Calò
- Franco Giuseppucci
- Francis Turatello
- Stefano Bontate
- Roberto Calvi
- Clan dei Marsigliesi
- Flavio Carboni

