Massimo Carminati
Dall'estrema destra romana al Mondo di mezzo: accuse, processi e sentenze
Massimo Carminati attraversa quasi mezzo secolo di storia criminale e giudiziaria romana. Militante dell'estrema destra negli anni Settanta, collocato nell'area dei NAR, entrato in contatto con uomini della Banda della Magliana, è stato indagato o processato per alcune delle vicende più oscure della Repubblica: l'omicidio di Mino Pecorelli, il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, il furto al caveau del Palazzo di Giustizia di Roma, fino all'inchiesta che i media chiamarono "Mafia Capitale". Le sentenze, però, raccontano una storia diversa da quella delle accuse: assoluzioni definitive per Pecorelli e per il depistaggio, una condanna per il caveau e, per il "Mondo di mezzo", una condanna per associazione per delinquere, non per mafia.
Le origini e la destra romana
Massimo Carminati nasce a Milano il 31 maggio 1958, ma cresce a Roma, dove la famiglia si trasferisce quando è ancora bambino. È nella capitale degli anni Settanta, segnata dallo scontro quotidiano tra militanti di destra e di sinistra, che si forma il suo profilo politico.
Le ricostruzioni biografiche lo collocano giovanissimo negli ambienti della destra radicale romana: le sezioni giovanili del Movimento Sociale Italiano, il FUAN e l'area di Avanguardia Nazionale. In quegli ambienti conosce i ragazzi che, di lì a poco, avrebbero dato vita alla stagione dello spontaneismo armato, a partire da Valerio Fioravanti.
Negli anni dei NAR
Alla fine degli anni Settanta Carminati è indicato dalle ricostruzioni giudiziarie e storiche come uno degli esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, la sigla dell'eversione nera che tra il 1977 e il 1981 si rese responsabile di omicidi, rapine e attentati. Godeva, secondo queste ricostruzioni, di notevole prestigio tra i giovani neofascisti romani.
Le rapine di autofinanziamento erano una delle attività principali dei NAR. Diverse fonti attribuiscono al gruppo di cui faceva parte Carminati colpi in banca a Roma tra il 1979 e il 1980; va però distinto ciò che emerge dalle ricostruzioni da ciò che fu accertato con sentenza nei singoli procedimenti, che ebbero esiti diversi da imputato a imputato.
A quegli anni risale anche l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci, uccisi a Milano il 18 marzo 1978. Carminati fu indagato insieme ad altri militanti di destra, ma nel 2000 il giudice Clementina Forleo archiviò la posizione, ritenendo che gli indizi raccolti non fossero sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio. Come si vedrà, il caso è stato riaperto nel 2025.
Il ferimento al valico del Gaggiolo
Il 20 aprile 1981 Carminati viene fermato al valico del Gaggiolo, al confine con la Svizzera, mentre tenta di espatriare clandestinamente insieme ad altri militanti. Gli agenti aprono il fuoco sull'auto: un proiettile attraversa il parabrezza e lo colpisce al volto. Carminati perde l'uso dell'occhio sinistro.
Secondo le ricostruzioni, la polizia era stata informata dell'espatrio grazie alle indicazioni di Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, che aveva iniziato a collaborare con gli inquirenti; gli agenti sarebbero stati convinti di trovarsi davanti ai capi ancora latitanti dei NAR.
Da quell'episodio nasce il soprannome con cui la stampa lo indicherà per decenni, "il Cecato". Il ferimento segna anche la fine della sua stagione strettamente politica: da quel momento il suo nome sarà associato soprattutto alla criminalità romana.
L'incontro con la Banda della Magliana
Il legame tra una parte dei giovani neofascisti romani e la Banda della Magliana è uno dei capitoli più studiati della storia criminale della capitale. Secondo le ricostruzioni investigative e le dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Maurizio Abbatino, alla fine degli anni Settanta i due mondi iniziarono a scambiarsi armi, favori e denaro.
I proventi delle rapine, secondo queste fonti, venivano reinvestiti attraverso i canali della Banda, in particolare nell'usura, mentre alcuni militanti di destra mettevano a disposizione la propria capacità operativa. Carminati viene indicato come uno dei principali punti di contatto tra i due ambienti.
Un elemento materiale di questo intreccio fu il deposito di armi scoperto il 25 novembre 1981 nei sotterranei del Ministero della Sanità, all'EUR, che gli inquirenti ricondussero alla Banda e ad ambienti dell'estrema destra. Quel deposito tornerà più volte nei processi successivi.
Giuseppucci, Abbruciati, De Pedis
Tra le figure della Banda più spesso associate a Carminati c'è Franco Giuseppucci, detto "er Negro", uno dei fondatori dell'organizzazione, ucciso a Roma il 13 settembre 1980. Diverse fonti descrivono il loro rapporto come un'amicizia personale, nata proprio nella zona di contatto tra ambienti politici e malavita.
Un ruolo analogo viene attribuito a Danilo Abbruciati, esponente della componente "testaccina" della Banda, che secondo le ricostruzioni avrebbe preso il giovane Carminati sotto la propria protezione. Abbruciati morì a Milano il 27 aprile 1982, durante l'agguato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone.
Anche Enrico De Pedis, il più noto dei "testaccini", ucciso il 2 febbraio 1990, compare nelle ricostruzioni dei rapporti di Carminati con la Banda. Va precisato che queste relazioni emergono soprattutto da dichiarazioni di collaboratori e da ricostruzioni investigative e giornalistiche: non tutte hanno trovato riscontro in sentenze.
Il processo alla Banda della Magliana
La svolta nelle indagini sulla Banda arrivò all'inizio degli anni Novanta, con la collaborazione di Maurizio Abbatino. Ne nacque un grande procedimento contro decine di imputati, avviato a metà del decennio, nel quale comparve anche Carminati.
Secondo le ricostruzioni biografiche, al termine dei diversi gradi di giudizio Carminati riportò condanne per reati legati all'attività della Banda, con una pena complessiva, in cumulo, di 11 anni e 9 mesi, in parte già scontati.
La natura dell'organizzazione fu oggetto di valutazioni diverse nei vari gradi di giudizio, in particolare sulla possibilità di qualificarla come associazione di tipo mafioso. È un tema che, a distanza di vent'anni, tornerà al centro di un altro processo che lo riguarda.
L'omicidio di Mino Pecorelli: accusa e assoluzione
Il 20 marzo 1979 il giornalista Carmine "Mino" Pecorelli, direttore di OP, viene ucciso a Roma in via Orazio. Per oltre un decennio il delitto resta senza responsabili. Le indagini ripartono nel 1993, dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di alcuni collaboratori provenienti dalla Banda della Magliana.
Nel processo celebrato a Perugia furono imputati Giulio Andreotti e Claudio Vitalone come presunti mandanti, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò, e, come presunti esecutori materiali, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. L'accusa nei suoi confronti si fondava in larga parte su dichiarazioni di collaboratori, tra cui Antonio Mancini.
Il 24 settembre 1999 la Corte d'Assise di Perugia assolse tutti gli imputati. Nel 2002 la Corte d'Assise d'Appello condannò Andreotti e Badalamenti, ma confermò l'assoluzione degli altri imputati, Carminati compreso. Il 30 ottobre 2003 la Cassazione annullò senza rinvio anche le condanne: per Carminati l'assoluzione è definitiva. L'omicidio Pecorelli, ancora oggi, non ha colpevoli accertati.
Strage di Bologna: l'accusa di depistaggio
Carminati non è mai stato condannato per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale sono stati riconosciuti colpevoli altri esponenti dell'eversione nera. Il suo nome entrò invece nel filone sui depistaggi successivi all'attentato.
Il 13 gennaio 1981, sul treno Taranto-Milano fermo a Bologna, fu ritrovata una valigia con esplosivo dello stesso tipo usato nella strage, un mitra MAB e documenti costruiti per orientare le indagini verso una pista internazionale. Per quell'operazione furono condannati in via definitiva ufficiali del SISMI e Licio Gelli. Anni dopo, l'accusa ipotizzò che Carminati avesse avuto un ruolo nel procurare le armi contenute nella valigia.
Il 9 giugno 2000 la Corte d'Assise di Bologna lo condannò a 9 anni. Un anno dopo la Corte d'Assise d'Appello lo assolse e la Cassazione, nel 2003, rese definitiva l'assoluzione. Anche su questo fronte, quindi, l'accusa non ha retto.
Il furto al caveau del Palazzo di Giustizia
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1999 un gruppo di uomini entra nella città giudiziaria di piazzale Clodio, a Roma, e raggiunge il caveau dell'agenzia della Banca di Roma che si trova all'interno del complesso. Alcuni componenti del commando indossano divise da carabiniere; il sistema d'allarme non scatta.
In diverse ore di lavoro vengono forzate 147 cassette di sicurezza su circa novecento. Le cassette aperte appartengono in larga parte a magistrati, avvocati, cancellieri e dipendenti degli uffici giudiziari. Le stime del valore sottratto, tra denaro, gioielli e altri beni, variano molto da fonte a fonte, e il contenuto preciso non è mai stato ricostruito.
Le indagini della Squadra Mobile di Roma individuano rapidamente una rete di complicità interne: un dipendente della banca e alcuni carabinieri in servizio nel complesso giudiziario. Nel dicembre 1999 scattano gli arresti; tra gli arrestati c'è Massimo Carminati, indicato come l'organizzatore del colpo.
Il processo di Perugia
Poiché tra le parti offese c'erano numerosi magistrati in servizio a Roma, il procedimento fu trasferito per competenza a Perugia. Sul banco degli imputati finirono Carminati, i cosiddetti "cassettari" che avevano materialmente aperto le cassette, il dipendente della banca e i carabinieri coinvolti, questi ultimi giudicati con rito abbreviato.
Nell'aprile 2005 il Tribunale di Perugia condannò Carminati a 4 anni di reclusione come organizzatore del furto; la Cassazione confermò la condanna il 21 aprile 2010. La pena fu in seguito dichiarata estinta per effetto dell'indulto del 2006. Le ipotesi più gravi avanzate nel corso dell'inchiesta, comprese quelle legate a un possibile ricatto ai magistrati, non trovarono conferma in sentenza.
Il furto al caveau è dunque l'unico dei grandi "misteri" associati al nome di Carminati per il quale esista una condanna definitiva. Ma la sentenza accerta chi organizzò il colpo e come fu eseguito, non che cosa contenessero le cassette né a cosa dovesse servire il loro contenuto.
Cosa cercava?
Fin dai giorni successivi al colpo gli investigatori notarono un'anomalia: le cassette forzate non erano scelte a caso, ma appartenevano in gran parte a persone che lavoravano nel palazzo di giustizia, e una parte dei beni di valore era stata lasciata sul posto. Da qui l'ipotesi che l'obiettivo non fosse solo il denaro, ma documenti.
Questa lettura è stata sviluppata soprattutto dal giornalismo d'inchiesta, in particolare dal libro di Lirio Abbate "La lista. Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati" (Rizzoli, 2017), secondo cui Carminati avrebbe agito sulla base di un elenco preciso di cassette, appartenenti tra gli altri a magistrati come Domenico Sica e Claudio Vitalone, con l'obiettivo di acquisire materiale utilizzabile come strumento di pressione.
Quello che si può dire con certezza è più limitato. Non è mai stato accertato in sede giudiziaria quali documenti siano stati sottratti, né che siano stati usati per ricattare qualcuno; nessun titolare delle cassette, a quanto risulta, ha denunciato la scomparsa di carte compromettenti. Il collegamento, ipotizzato da alcuni commentatori, tra il furto e le successive assoluzioni di Carminati in altri processi resta una congettura priva di riscontri giudiziari. La domanda "cosa cercava?" non ha, ad oggi, una risposta accertata.
Il Mondo di mezzo: l'inchiesta del 2014
Il 2 dicembre 2014 la Procura di Roma e i Carabinieri del ROS eseguono decine di misure cautelari nell'ambito dell'inchiesta "Mondo di mezzo". Carminati viene arrestato con l'accusa di essere il capo, insieme a Salvatore Buzzi, ras delle cooperative sociali, di un'associazione di tipo mafioso che avrebbe condizionato appalti e decisioni dell'amministrazione capitolina.
Il nome dell'inchiesta riprende una frase intercettata attribuita a Carminati, la teoria di un "mondo di mezzo" in cui si incontrano i vivi di sopra e i morti di sotto: politica e imprenditoria da una parte, criminalità dall'altra. I media ribattezzarono l'indagine "Mafia Capitale", un'etichetta che si impose immediatamente nel dibattito pubblico.
Dopo l'arresto Carminati fu sottoposto al regime del 41-bis. Le accuse riguardavano, tra l'altro, corruzione, estorsione, turbativa d'asta e intestazione fittizia di beni, oltre all'associazione mafiosa. Il processo di primo grado si aprì nel novembre 2015 davanti al Tribunale di Roma.
Da "Mafia Capitale" ad associazione per delinquere
Il 20 luglio 2017 il Tribunale di Roma condannò Carminati a 20 anni di reclusione, ma escluse l'associazione mafiosa: secondo i giudici esistevano due distinte associazioni per delinquere "semplici", senza il metodo mafioso contestato dalla Procura.
L'11 settembre 2018 la Corte d'Appello ribaltò questa valutazione, riconoscendo l'associazione di tipo mafioso prevista dall'articolo 416-bis del codice penale, pur riducendo la pena di Carminati a 14 anni e 6 mesi.
La parola definitiva sulla qualificazione è arrivata dalla Cassazione il 22 ottobre 2019: l'associazione mafiosa è stata esclusa per tutti gli imputati. La Corte ha ritenuto che non fosse dimostrata una capacità di intimidazione effettiva e attuale, tipica del metodo mafioso, e ha rinviato gli atti in appello solo per ricalcolare le pene. "Mafia Capitale", dunque, resta il nome mediatico dell'inchiesta, non la qualificazione giuridica riconosciuta dai giudici.
Il 9 marzo 2021 la Corte d'Appello di Roma, nel giudizio di rinvio, ha rideterminato la pena di Carminati in 10 anni di reclusione. Nel settembre 2022 la Cassazione ha respinto i ricorsi e confermato le condanne: per Carminati la condanna è definitiva, per associazione per delinquere e reati contro la pubblica amministrazione, non per mafia.
Gli ultimi anni: pena, carcere e nuove indagini
Dopo l'esclusione del 416-bis, Carminati è uscito dal regime del 41-bis. Il 16 giugno 2020, in attesa del nuovo giudizio d'appello, è stato scarcerato per la scadenza dei termini di custodia cautelare, dopo oltre cinque anni di detenzione; la decisione suscitò polemiche e l'invio di ispettori da parte del ministero della Giustizia.
Divenuta definitiva la condanna, Carminati ha ottenuto l'affidamento in prova ai servizi sociali. Nel febbraio 2025 la misura è stata sospesa a seguito di un ricorso della Procura generale e Carminati si è costituito nel carcere di Rebibbia per scontare la parte residua della pena, indicata dalla stampa in circa 3 anni e 4 mesi.
Nel maggio 2025 il giudice per le indagini preliminari di Milano ha autorizzato la riapertura delle indagini sull'omicidio di Fausto e Iaio: tra gli indagati figurano di nuovo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi, già archiviati nel 2000. L'iscrizione nel registro degli indagati non equivale a un'accusa provata; al momento di questa revisione non risultano esiti del nuovo procedimento.
Cosa è provato e cosa no
Allo stato degli atti, le condanne definitive di Carminati riguardano reati legati alla Banda della Magliana, il furto al caveau di piazzale Clodio e il processo "Mondo di mezzo", nel quale è stato condannato per associazione per delinquere e non per associazione mafiosa.
Per l'omicidio di Mino Pecorelli e per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna è stato invece assolto in via definitiva; per l'omicidio di Fausto e Iaio la posizione fu archiviata nel 2000 e le indagini sono state riaperte solo nel 2025. Molto di ciò che si racconta su di lui, dai presunti archivi di ricatti ai rapporti con gli apparati, deriva da dichiarazioni di collaboratori, intercettazioni o ricostruzioni giornalistiche che non hanno trovato conferma in sentenza.
La sua figura ha ispirato anche la narrativa, dal "Nero" di "Romanzo criminale" al "Samurai" di "Suburra": personaggi di finzione che non vanno confusi con la persona reale. Ricostruire la storia di Massimo Carminati significa tenere separati questi piani: il mito, le accuse e ciò che i tribunali hanno effettivamente accertato.
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PROCESSI
Dichiarazioni spontanee di Massimo Carminati al processo Mafia Capitale (2016)

