
Alessandro D'Ortenzi
Zanzarone
Alessandro D'Ortenzi, detto «Zanzarone», è stato un rapinatore romano cresciuto nell'ambiente di Testaccio, con precedenti per rapina, ricettazione e armi. Il soprannome, secondo le cronache, ironizzava sulla sua statura imponente. Non fu un capo della Banda della Magliana: le ricostruzioni lo collocano ai margini del gruppo, come fiancheggiatore e uomo di collegamento. Il suo nome resta legato soprattutto ad Aldo Semerari, il «criminologo nero»: secondo collaboratori di giustizia e inchieste giornalistiche, fu lui a presentare lo psichiatra ad alcuni esponenti della Banda e a fare da tramite con ambienti della destra eversiva. Accuse e racconti che non si sono tradotti in una condanna: al maxiprocesso alla Magliana fu assolto.
Un rapinatore cresciuto a Testaccio
Le fonti concordano nel collocare le origini di Alessandro D'Ortenzi a Roma, nel mondo popolare e malavitoso di Testaccio. Sulla data di nascita, invece, non c'è uniformità: alcune schede indicano il 1942, altre il 1944, mentre nel luglio 1996 la stampa lo descriveva come un uomo di cinquantadue anni.
Il suo curriculum, così come ricostruito dalle cronache, comprende associazione per delinquere, rapine, furti, ricettazione e detenzione di armi. È il profilo di un criminale comune, formatosi nelle batterie di rapinatori che tra gli anni Sessanta e Settanta operavano nella capitale, ben prima che nascesse la Banda della Magliana.
In interviste audio rilasciate in età avanzata al progetto Spazio70, D'Ortenzi ha rivendicato un ruolo di maestro nei confronti di Enrico De Pedis, sostenendo di averlo «cresciuto come rapinatore» e definendo la loro batteria la migliore di Roma. Sono affermazioni dello stesso D'Ortenzi, non circostanze accertate in sede giudiziaria.
Perché «Zanzarone»
Secondo la stampa locale che ne ha raccontato la morte, il soprannome era con ogni probabilità un'ironia sulla sua corporatura: D'Ortenzi era descritto come un uomo altissimo, vicino ai due metri. Un nomignolo costruito al contrario, secondo una tradizione tipica della malavita romana.
Con quel nome è rimasto nelle cronache giudiziarie degli anni Novanta, nelle registrazioni dei processi e nei libri che hanno ricostruito la storia della Banda della Magliana.
Firenze 1966: l'alluvione e la grazia
Uno degli episodi più citati della sua biografia risale al novembre 1966. D'Ortenzi era detenuto nel carcere fiorentino delle Murate quando l'alluvione dell'Arno invase l'istituto. Mentre alcuni detenuti approfittarono del caos per fuggire, lui, secondo le ricostruzioni, rimase e partecipò al soccorso dei compagni intrappolati dall'acqua.
Per quel comportamento gli fu concessa la grazia dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. L'episodio è riportato dalla saggistica sulla criminalità, tra gli altri da Bruno De Stefano, ed è stato ripreso dalla stampa che ne ha ricordato la figura nel 2022.
Ai margini della Banda della Magliana
Negli anni Settanta D'Ortenzi entra in contatto con il gruppo che sarebbe diventato la Banda della Magliana. Le ricostruzioni non gli attribuiscono un ruolo di vertice: viene descritto come una figura marginale, un fiancheggiatore che offriva contatti e consulenze più che partecipare alla gestione degli affari del gruppo.
Il servizio per cui il suo nome ricorre più spesso è la conoscenza di psichiatri e periti disposti a firmare perizie favorevoli agli imputati. In un ambiente in cui una diagnosi di infermità mentale poteva significare l'uscita dal carcere o una pena molto più lieve, quel tipo di contatto aveva un valore enorme.
Il suo coinvolgimento nelle attività della Banda, però, non è stato riconosciuto in sede giudiziaria: al maxiprocesso degli anni Novanta, come si vedrà, fu assolto per non aver commesso il fatto.
L'incontro con Aldo Semerari
Aldo Semerari insegnava psicopatologia forense alla Sapienza ed era uno dei periti più ascoltati nei tribunali italiani. Era anche un uomo della destra radicale, indicato da inquirenti e storici come un punto di contatto tra eversione nera e criminalità organizzata.
Secondo la ricostruzione del giornalista Giovanni Bianconi in «Ragazzi di malavita», basata su atti giudiziari e racconti di collaboratori di giustizia, fu D'Ortenzi a presentare Semerari ad alcuni esponenti della Banda della Magliana. Le stesse ricostruzioni collocano alla fine degli anni Settanta alcuni incontri nella villa del professore a Castel San Pietro, ai quali avrebbe partecipato anche «Zanzarone».
Da quel momento Semerari divenne, nel racconto dei collaboratori, lo psichiatra di riferimento della Banda: le sue perizie sarebbero state pagate a caro prezzo e avrebbero contribuito a far riconoscere come infermi di mente diversi imputati.
Perizie in cambio di bombe: la proposta del «criminologo nero»
Il punto più delicato riguarda il patto che Semerari avrebbe proposto ai giovani della Banda: perizie compiacenti in caso di arresto, in cambio di attentati dinamitardi a Roma e di sequestri di persone indicate da lui. La circostanza proviene dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a partire da Maurizio Abbatino, ed è stata ripresa dalla ricostruzione di Bianconi.
Sempre secondo questi racconti, Abbatino e Nicolino Selis rifiutarono la parte politica dell'accordo, pur continuando a servirsi del professore per le perizie. La Banda, in altre parole, avrebbe accettato i servizi di Semerari senza diventare il braccio armato del suo progetto.
Durante il processo degli anni Novanta, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera nel marzo 1996, emerse anche che D'Ortenzi avrebbe cercato di avvicinare Abbatino ed Edoardo Toscano a «Costruiamo l'azione», sigla della destra eversiva vicina a Semerari, presentando il progetto come una strategia di destabilizzazione dell'ordine democratico.
Il racconto di Paolo Aleandri
Un'altra fonte che chiama in causa D'Ortenzi è Paolo Aleandri, militante della destra eversiva poi divenuto collaboratore. Nelle dichiarazioni dell'8 agosto 1990, Aleandri indicò proprio «Zanzarone» come il primo collegamento tra il gruppo di Semerari e Fabio De Felice e la criminalità romana, ricordando un incontro, a suo dire organizzato da Semerari, nella villa di De Felice.
Nel racconto di Aleandri, gli ambienti eversivi si impegnavano a fornire alla malavita «elementi utili», tra cui l'indicazione di possibili obiettivi di sequestri. Sono dichiarazioni di un collaboratore di giustizia: rilevanti per gli investigatori, ma da leggere con cautela e non equivalenti a un accertamento giudiziario sul ruolo di D'Ortenzi.
Semerari tra servizi, P2 e una fine atroce
Attorno a Semerari, le ricostruzioni chiamano in causa anche i servizi segreti e la massoneria: lo psichiatra viene indicato come collaboratore del SISMI e come vicino alla loggia P2. Nell'agosto 1980 fu arrestato con l'accusa di associazione sovversiva e indiziato per la strage di Bologna, per poi tornare libero dopo circa un anno ed essere prosciolto. Nessuna delle fonti consultate documenta però un rapporto diretto tra D'Ortenzi e i servizi: il collegamento passa, semmai, attraverso la figura di Semerari.
Il 26 marzo 1982 Semerari scomparve a Napoli; il 1° aprile il suo corpo decapitato fu ritrovato in un'auto a Ottaviano, nei pressi di una proprietà di Raffaele Cutolo. Il delitto fu ricondotto alla guerra di camorra: anni dopo Umberto Ammaturo se ne attribuì la responsabilità, ma gli imputati furono assolti in via definitiva.
Il maxiprocesso, l'assoluzione e il caso Pecorelli
La svolta nelle indagini sulla Banda arrivò all'inizio degli anni Novanta, con la collaborazione di Maurizio Abbatino. Ne nacque il maxiprocesso noto come «Abbatino + 97», celebrato davanti alla Corte d'assise di Roma, nel quale anche D'Ortenzi figurava tra gli imputati.
In aula, nel 1996, «Zanzarone» divenne uno dei personaggi più riconoscibili. Gli archivi di Radio Radicale conservano i suoi interventi, e sono rimasti celebri i confronti con Abbatino e quello con Tigani e Mancini, condotti in un romanesco colorito che ne fece un protagonista delle cronache giudiziarie.
Il 23 luglio 1996 la Corte d'assise lo assolse per non aver commesso il fatto; l'assoluzione fu confermata in appello il 27 febbraio 1998. Sul piano giudiziario, dunque, le accuse che lo riguardavano in quel processo non trovarono conferma.
Nel luglio 1996 il suo nome comparve anche nel processo di Perugia per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli: la difesa di Giulio Andreotti lo indicò come nuovo testimone, e indiscrezioni di stampa gli attribuivano la tesi di un delitto maturato all'interno della Banda.
D'Ortenzi smentì quella versione: dichiarò che i fatti di cui era a conoscenza non coinvolgevano gli imputati del processo e che li avrebbe riferiti soltanto alla Corte d'assise di Perugia. Le fonti consultate non chiariscono il contenuto della sua eventuale deposizione.
Gli ultimi anni e il significato di una figura di confine
Negli anni successivi D'Ortenzi tornò a raccontarsi in lunghe interviste audio pubblicate da Spazio70, nelle quali ripercorre rapine, carcere e rapporti con i protagonisti della Banda. Sono testimonianze preziose per conoscere il suo punto di vista, ma restano racconti in prima persona, da confrontare con atti e sentenze.
Secondo diverse fonti, la sua figura ispirò il personaggio di Mazzocchio in «Romanzo criminale», l'opera di Giancarlo De Cataldo dedicata alla storia della Banda. Alessandro D'Ortenzi è morto il 17 febbraio 2022 a Cantalice, in provincia di Rieti.
Nella storia della Banda della Magliana, «Zanzarone» occupa un posto particolare: non un boss, ma un uomo di confine, il cui nome compare dove la criminalità romana incrocia la destra eversiva e il sistema delle perizie di Semerari. Per questo la sua vicenda va raccontata distinguendo ciò che è accertato, come il passato di detenuto, la grazia del 1966 e l'assoluzione del 1996, da ciò che deriva da dichiarazioni, testimonianze e ricostruzioni.

