
Maurizio Abbatino
Crispino è tornato.
Maurizio Abbatino, detto «Crispino», è stato uno dei fondatori della Banda della Magliana. Rapinatore cresciuto alla Magliana, alla fine degli anni Settanta fu tra i protagonisti dell'alleanza con Franco Giuseppucci da cui nacque l'organizzazione che per oltre un decennio dominò traffici e scommesse a Roma. Arrestato nel 1983, evase nel 1986 e trascorse anni di latitanza in Sud America, fino all'arresto a Caracas nel gennaio 1992. Da quel momento scelse di collaborare con la giustizia: le sue dichiarazioni hanno dato origine all'operazione Colosseo e al maxiprocesso alla Banda, diventando una delle fonti principali per ricostruirne la storia, anche se non tutto ciò che ha raccontato ha trovato conferma nelle sentenze.
Origini, soprannome e prime rapine
Maurizio Abbatino nacque a Roma il 19 luglio 1954 e crebbe nel quartiere della Magliana, dove si sarebbe formato il nucleo del gruppo che prese il nome dalla zona. Il soprannome «Crispino» gli veniva dai capelli neri e ricci.
I primi guai con la giustizia arrivarono presto: le ricostruzioni biografiche ricordano un arresto nel 1972 per furto e resistenza a pubblico ufficiale e un altro nel 1974 per una rapina in gioielleria.
Negli anni Settanta Abbatino faceva parte del mondo delle batterie di rapinatori che si muovevano tra l'Alberone, Testaccio, la Magliana e il Portuense. In quegli ambienti incrociò molti dei futuri protagonisti della Banda, tra cui Enrico De Pedis, Franco Giuseppucci e Angelo De Angelis.
L'incontro con Franco Giuseppucci
Il legame con Franco Giuseppucci è al centro del racconto che Abbatino ha fatto delle origini della Banda. Secondo la sua versione, ripresa nelle ricostruzioni giornalistiche, tutto cominciò quando a Giuseppucci fu rubato dall'auto un borsone di armi che custodiva per conto di altri.
Nel racconto di Abbatino, furono lui e alcuni compagni, tra cui Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro ed Emilio Castelletti, a recuperare quelle armi. Da quell'episodio sarebbe nato un rapporto stabile, basato su vincoli di esclusività e solidarietà, che trasformò una batteria di rapinatori in qualcosa di più strutturato.
Il sequestro Grazioli e la nascita della Banda
Il 7 novembre 1977 fu sequestrato il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Il rapimento, al quale Abbatino ha ammesso di aver partecipato, è considerato uno degli atti fondativi della Banda: secondo le ricostruzioni, il gruppo si appoggiò anche a una banda di Montespaccato e il duca fu ucciso nonostante il pagamento del riscatto, circa due miliardi di lire.
Secondo il racconto di Abbatino, quei soldi non furono divisi tra i partecipanti ma reinvestiti nelle attività comuni, soprattutto nel traffico di stupefacenti. È il momento in cui, nelle ricostruzioni, il gruppo di Giuseppucci e Abbatino si salda con quello di Nicolino Selis e con i testaccini di De Pedis e Danilo Abbruciati.
Il caso Grazioli rimase a lungo irrisolto e fu riaperto proprio grazie alla collaborazione di Abbatino, approdando a processo negli anni Novanta.
Cassa comune, droga e territori
Una delle caratteristiche attribuite alla Banda nelle sue fasi iniziali è la scelta di reinvestire i proventi in una cassa comune invece di dividerli subito. Su questo punto la ricostruzione si basa in larga parte sulle dichiarazioni di Abbatino e degli altri collaboratori.
Le attività indicate sono numerose: traffico di eroina e cocaina, scommesse clandestine e totonero, usura, armi e ricettazione. Secondo le ricostruzioni, Abbatino controllava in particolare il traffico di eroina nella zona di Trastevere e investì, insieme a Marcello Colafigli e Alvaro Pompili, in una struttura per cavalli da corsa a Passo Corese.
La morte di Giuseppucci e le fratture interne
Nel settembre 1980 Franco Giuseppucci fu ucciso a Trastevere. Il delitto fu attribuito al clan dei Proietti e la Banda reagì con una lunga serie di omicidi di vendetta, che per qualche tempo ne rafforzò la compattezza. Abbatino ha detto di aver sospettato che dietro quell'omicidio ci fossero anche altri interessi, senza che questa ipotesi abbia trovato conferma.
La stagione successiva fu segnata anche da conflitti interni. Abbatino ha confessato di aver ucciso il 3 febbraio 1981, insieme a Edoardo Toscano, Nicolino Selis, accusato di aver alterato la spartizione di una partita di eroina; il corpo, nel suo racconto, fu sepolto lungo l'argine del Tevere e non è mai stato ritrovato.
Nelle sue dichiarazioni Abbatino si è attribuito anche altri omicidi, come quelli di Angelo De Angelis, ucciso nel febbraio 1983 per aver trattenuto partite di cocaina, e di Michele D'Alto, ucciso nel 1982. Per quest'ultimo delitto il rinvio a giudizio arrivò soltanto nel 2007, a venticinque anni dai fatti.
L'arresto del 1983 e l'evasione da Villa Gina
Nel maggio 1983 Abbatino fu arrestato sulla Laurentina insieme a Edoardo Toscano, al termine delle indagini nate anche dalle dichiarazioni del collaboratore Fulvio Lucioli.
Durante la detenzione riuscì a farsi ricoverare nella clinica Villa Gina, all'Eur, con una diagnosi di tumore che le ricostruzioni descrivono come falsa e ottenuta pagando. Il 20 dicembre 1986, approfittando di un momento di distrazione della sorveglianza, si calò dalla finestra con un lenzuolo e fece perdere le proprie tracce.
La latitanza e l'arresto a Caracas
Dopo l'evasione Abbatino lasciò l'Italia passando dalla Svizzera e raggiunse il Sud America. Durante la latitanza, il 18 marzo 1990, suo fratello Roberto fu ucciso a Roma e il corpo ritrovato nel Tevere: secondo le ricostruzioni, l'omicidio fu legato al tentativo di scoprire dove si nascondesse Maurizio.
Il 24 gennaio 1992 Abbatino fu arrestato a Caracas, in Venezuela, da investigatori della Squadra mobile di Roma e della Criminalpol. Dopo alcuni mesi trascorsi nelle carceri venezuelane fu espulso e riportato in Italia nell'autunno dello stesso anno.
La scelta di collaborare
Già nei giorni successivi all'arresto Abbatino manifestò l'intenzione di collaborare con la magistratura. Tra le ragioni indicate nelle ricostruzioni ci sono il timore di essere ucciso e la rottura con i vecchi compagni dopo l'omicidio del fratello.
Le sue dichiarazioni si aggiunsero a quelle di collaboratori precedenti, come Fulvio Lucioli e Claudio Sicilia, e furono seguite da quelle di Vittorio Carnovale, Antonio Mancini e Fabiola Moretti. Per la prima volta gli inquirenti disponevano del racconto di uno dei fondatori del gruppo.
Il 16 aprile 1993 scattò l'operazione Colosseo, con decine di provvedimenti cautelari contro esponenti della Banda: le fonti indicano 69 ordini di custodia firmati dal giudice istruttore Otello Lupacchini. Fu la prima volta che la Banda venne perseguita come un'unica organizzazione.
Cosa Nostra e la Banda nelle dichiarazioni di Abbatino
Una parte rilevante delle dichiarazioni di Abbatino riguarda i rapporti della Banda con le organizzazioni criminali del Sud. Secondo il suo racconto, il suo gruppo aveva un canale privilegiato con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo per le forniture di stupefacenti, mentre il gruppo di De Pedis era più vicino a Cosa Nostra, prima attraverso Stefano Bontate e poi attraverso Pippo Calò.
Abbatino ha anche dichiarato che Giuseppucci gli avrebbe confidato che a uccidere il giornalista Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, era stato Massimo Carminati, su richiesta di Calò a Danilo Abbruciati. Nel processo per quel delitto, che coinvolse tra gli altri Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti, Calò e Carminati, tutti gli imputati sono stati definitivamente assolti.
Questi rapporti sono dunque noti in gran parte attraverso il racconto di Abbatino e di altri collaboratori: un contributo importante per gli investigatori, ma che in diversi casi non ha trovato conferma nelle sentenze.
Il maxiprocesso e le sentenze
Dall'operazione Colosseo nacque il maxiprocesso alla Banda della Magliana, celebrato davanti alla Corte d'assise di Roma. Abbatino ne fu il testimone principale: gli archivi di Radio Radicale conservano le sue deposizioni in aula, tra cui quella del 3 giugno 1996.
La sentenza di primo grado arrivò il 23 luglio 1996, quella d'appello il 27 febbraio 1998. Il 26 gennaio 2000 la Cassazione dispose un nuovo giudizio d'appello e, secondo le ricostruzioni, nell'ottobre 2000 la Banda fu riqualificata da associazione di tipo mafioso ad associazione per delinquere semplice, con pene ridotte per molti imputati.
Bologna, Orlandi e le altre dichiarazioni
Le dichiarazioni di Abbatino hanno toccato anche vicende che vanno oltre la criminalità comune. Secondo il suo racconto, un mitra MAB proveniente dal deposito di armi che la Banda custodiva negli scantinati del Ministero della Sanità fu prelevato da Carminati e finì nella valigia ritrovata nel gennaio 1981 su un treno Taranto-Milano, nell'ambito dei depistaggi sulla strage di Bologna. Per quella vicenda Carminati è stato assolto in appello nel 2001.
Nel dicembre 2009 Abbatino parlò anche del caso di Emanuela Orlandi, riferendo confidenze raccolte all'interno della Banda su un presunto coinvolgimento di De Pedis nel sequestro. Si tratta di dichiarazioni de relato, che hanno alimentato nuove indagini ma non hanno portato a un accertamento giudiziario.
Il peso di queste affermazioni va quindi distinto con attenzione: Abbatino è stato decisivo per ricostruire la struttura e i delitti della Banda, mentre le sue dichiarazioni sui grandi misteri italiani restano, in assenza di conferme, ricostruzioni da verificare.
Dopo la collaborazione
Come collaboratore di giustizia Abbatino è stato a lungo sottoposto a un programma di protezione. Nel settembre 2015 la Commissione centrale del Ministero dell'Interno ne decise la revoca, con il parere favorevole delle procure competenti, motivandola con la conclusione da anni dei processi in cui aveva testimoniato. Abbatino contestò pubblicamente quella scelta, sostenendo di essere ancora esposto a rischi.
La sua figura ha ispirato il personaggio del «Freddo» in «Romanzo criminale» di Giancarlo De Cataldo, poi portato al cinema e in televisione.
Nella storia della Banda della Magliana, Abbatino occupa un doppio ruolo: protagonista della sua nascita e della sua stagione più violenta, e poi principale narratore delle sue vicende. Per questo il suo racconto resta indispensabile, ma va sempre letto insieme alle sentenze e agli altri riscontri.

